Raul Montanari


La seconda porta



Dalle note di copertina

Milo Molteni è il più grande pubblicitario italiano specializzato in campagne sociali. Molti lo considerano non solo un genio ma un benefattore, anche se chi lo conosce davvero, come la sua ex moglie, la pensa diversamente. Quando muoiono i suoi odiosi vicini di casa Milo acquista il loro appartamento, in cui scopre una porta misteriosa che sembra il passaggio segreto di un vecchio castello. Proprio da qui, una notte, entrerà un giovanissimo migrante in fuga… ma da cosa?
Nell’avventura che nasce, Milo scoprirà quanto è difficile mettere in pratica i princìpi umanitari che finora ha solo propagandato. Affiancato da un bizzarro e imprevedibile detective privato che torna per la quinta volta nei romanzi di Montanari, si troverà avviluppato in una ragnatela di enigmi, minacce, vendette, un gioco di scatole cinesi con un finale a sorpresa. E sullo sfondo le trame di Han, un’implacabile organizzazione segreta di giustizieri.
Perché puoi chiudere tutte le porte della tua casa, o della tua vita, ma ne rimane sempre una aperta.

«Sai perché la rassegnazione è così pericolosa? Perché uno quando si rassegna si sente saggio, in fondo: gli sembra di giudicare finalmente le cose dall’alto, col giusto distacco da tutti quei poveri illusi che continuano ad affannarsi, laggiù. Invece rassegnarsi significa cominciare a morire.»







Giudizi critici

“Montanari imbastisce un’opera favolosa che lo conferma come il più grande cantastorie di trame intime della letteratura italiana” (Enzo Baranelli, “Satisfiction”)


“Ciò che fa di Montanari un’eccezione che ha sempre del miracoloso è il montaggio della drammaturgia. Il lettore non ha mai davanti a sé un canovaccio preordinato. I conti non tornano mai. […] Nella sua narrativa il bene e il male non sono mai distinti, si sovrappongono al punto che se tocchi uno tocchi anche l’altro. Sopravvive solo il sentimento della compassione di fronte alle ingiustizie” (Crocifisso Dentello, “Il Fatto Quotidiano”).


“Con passo stilistico asciutto e senza orpelli, Montanari sa allargare la riflessione su più livelli. Mescola nei codici di un noir leggero temi contemporanei, idea comune a molti ma che realizza nel ritmo della storia e nella tenuta dei personaggi: una mossa ben più difficile e bella che imponendoli dall’alto” (Alessandro Beretta, “Il Corriere della Sera - La Lettura”).


“Mina nel profondo le nostre radicate certezze sul grado di coerenza che si può raggiungere nella vita. Cosa vince nel nostro agire di tutti i giorni: la fedeltà al pensiero o l'ipocrisia? Un libro prezioso” (Amanda Colombo, “Legnano News”).


“Il protagonista è preso tra la compassione e la giustizia. Tra legge e desiderio. Il narratore sparisce e i protagonisti emergono nella loro verità umana, anche personaggi secondari possiedono sfumature che non li rendono indifferenti: non ci sono buoni o cattivi, c’è solo letteratura. Montanari padroneggia il ventaglio delle emozioni umane” (Gianluca Garrapa, “Sul Romanzo”)


“Da leggere assolutamente, perché ci riguarda tutti” (Paola Maraone, “Elle”).


“Questa reciproca esplorazione di corpi, di anime, di culture, rappresenta il fulcro del romanzo. Magistrali come sempre nei libri di Raul Montanari le descrizioni del sesso, di una accentuata fisicità, ma sempre impastate con qualcos’altro, frammenti di ricordi, variegato materiale onirico” (Andrea Carraro, “Succedeoggi”).


Scorrevole, incalzante, adrenalinico, La Seconda Porta è thriller e romanzo di formazione insieme. Non risparmia suspense, né momenti di spensieratezza. Commuove, diverte, fa riflettere. Una storia universale, esistenzialista. Perché ognuno nella sua vita potrebbe prima o poi trovarsi davanti a una seconda opportunità, a una seconda porta. E scegliere se aprirla o no. (Giulio Oliani, “MilanoNera”).











Visto da me

È quasi imbarazzante quando ti accorgi - dopo aver scritto - di quanti dettagli personali finisci per mettere dentro storie che vorrebbero invece essere narrazioni oggettive, vicende d’invenzione in cui il narratore scompare dietro i personaggi, le trame, i dialoghi.
Tanto per cominciare i due vecchi poco amabili che muoiono nella prima pagina del romanzo esistono davvero: sono sopra la mia testa adesso. E davvero ho fantasticato spesso sull’idea di comprare la loro casa quando la lasceranno libera. Quanto alla seconda porta, non so se ce ne sia una nell’appartamento sopra il mio. Lo scoprirò quando sarà il momento. Ne esisteva una simile in un grande palazzo del centro di Milano dove fra il 1985 e il 1986 ho lavorato in un’agenzia pubblicitaria, mestiere che nel romanzo ho prestato a Milo Molteni. Un giorno aprii quella porta e mi ritrovai in uno spazio buio: più che un passaggio segreto era un paesaggio segreto, tutto da inventare…
Sono però certo che nella vita di tutti esiste una seconda porta attraverso la quale entra l’imprevisto, l’inaspettato; ed è un bene che questa seconda porta ci sia. Vale per la vita individuale di ciascuno di noi e per la vita collettiva che condividiamo - non a caso, in questo romanzo, a entrare è uno straniero.
Il tono della scrittura, nonostante la materia drammatica, è aperto agli aspetti comici che come sappiamo esistono ovunque, anche nelle tragedie. Questa accettazione dei risvolti umoristici della vita è stata stranamente lenta per me come narratore, molto graduale e perfino difficile, ma ormai da anni è una certezza. Merito anche dell’ineffabile Ric Velardi, il detective che ritorna a illuminare la scena con la sua presenza al tempo stesso discreta (non è mai il protagonista) eppure implacabile, sorprendente e necessaria.

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La prima pagina

Fu come venire trascinato a forza fuori da quella grande sala misteriosa, piena di luce, dove mi aggiravo fra uomini senza nome che mi spaventavano - gesti, parole, sguardi da un passato che non sapevo di aver vissuto. Così di colpo mi ritrovai sveglio, e sopra di me c’erano quei rumori.
Rimasi immobile nel buio della stanza. Ai piedi del letto scorgevo la sagoma dell’armadio, disegnata dal chiarore dei lampioni che filtrava dalla tapparella abbassata a metà. Ero nudo sotto il lenzuolo bagnato di sudore. Che ore potevano essere?
I rumori erano passi concitati, mobili che sembrava venissero trascinati sul pavimento della mansarda sopra il mio appartamento. In affanno, una voce che conoscevo si disperava, ripeteva parole che all’inizio non capii. Poi mi parve che chiamasse papà, mamma, papà, e allora mi fu chiaro che era il figlio della coppia che abitava lassù.
“Papà!” gridava adesso, con la gola stretta dall’angoscia. “Mamma! Oh, mio dio, no, no!”
C’era qualcuno con lui perché altre voci risuonarono più forti e distinte. Una doveva essere sua moglie, che cercava di confortarlo, e poi un timbro maschile profondo che non avevo mai sentito.
Ma cos’era successo? I vecchi Mattei stavano male, forse erano morti? Nemmeno così vecchi, pensai: avevano poco più di settant’anni. Tutti e due insieme? Com’è possibile?
“Papà, apri gli occhi! Apri gli occhi! Mamma!” gridava il figlio. “Ma perché, perché?” e qui scoppiò a piangere. Erano lamenti di ribellione più ancora che di dolore, come se fosse accaduto qualcosa che si poteva impedire e lui si rimproverasse di non averlo saputo fare. “Maledetto!” cominciò a ripetere. Sopra di me schioccò un rumore di schiaffi. Stava picchiando qualcuno? Schiaffeggiava il volto del padre o della madre, per svegliarli? “Maledetto me, maledetto me!” disse, e ancora la mano colpiva.
“No, fermo, Giancarlo, ma cosa fai, non è colpa tua,” gemette la moglie. “Dottore, mi aiuti!”
“Coglione che sono, maledetto!” urlò Giancarlo.
Adesso era come se assistessi alla scena: stava prendendo a sberle la sua stessa faccia perché non era stato capace di salvare i suoi genitori, mentre la moglie e il medico che avevano chiamato lottavano per fermarlo.
Nel torpore che mi annebbiava ancora i pensieri provai una gran pena per lui. Non per i defunti, onestamente, perché quei due vecchi non erano belle persone, per niente: avevo avuto a che fare con loro quanto bastava per dirlo e non ho mai pensato che l’età basti ad assolverci dalla nostra meschinità o idiozia. Ma in quel momento lo strazio del figlio mi sembrò un grido di rivolta a nome di tutti, contro gli ingranaggi implacabili della vita e della morte.
Una sedia si rovesciò e un bicchiere si infranse sul pavimento, che era di mattonelle e non aveva il parquet come il mio.
“Non faccia così,” ordinò la voce profonda, e la colluttazione cessò lasciando il posto al pianto di Giancarlo. “Lei non ha colpa. La sua mamma e il suo papà sono stati visitati dal Signore.”
Chiusi gli occhi.
Com’era bassa e risonante, questa voce - sembrava quella di un predicatore. E che uomo autorevole, anche imponente nel fisico doveva essere il medico, che forse aveva afferrato le braccia di Giancarlo e ora evocava queste parole così antiche.
“No, no…” piangeva il figlio.
La voce profetica del dottore e quella sottile e avvilita della donna si scambiarono altre parole, troppo sommesse perché le potessi capire. Qualcosa fu di nuovo trascinato nella stanza. Un rubinetto venne aperto.
Allora arrivarono le sirene delle ambulanze, prima lontane poi quasi all’improvviso vicinissime e infine spente, sotto le mie finestre. Rumore di portiere sbattute, voci nella strada e il mio citofono che suonava.
Il mio?
E che c’entravo, io?