Raul Montanari


IL Cristo Zen



Dalle note di copertina

"Certe intuizioni dei maestri zen e dello stesso Buddha le ritrovavo anche nelle parole e nei comportamenti di Gesù. A volte immaginavo il Nazareno sullo sfondo dello Yang-tze o del monte Fuji. O mi figuravo il grande Bodhidharma fra i sacerdoti del tempio di Gerusalemme, unico fra tutti a non stupirsi di quel ragazzino che conosceva la Legge quanto e più di tutti loro. Siddhartha parlava a Benares ai suoi primi cinque discepoli, e il Cristo passava poco lontano e si fermava ad ascoltare. Per questo ho immaginato per la prima volta di scrivere questo libro, dove confrontare e, ove fosse lecito, confondere volutamente gli insegnamenti che mi sembravano scaturire da una stessa Verità. Così primitiva, così potente."





Giudizi critici

“"L'autore ci conduce in un cammino di scoperta che egli (ri)costruisce sotto i nostri occhi e gli estratti del vangelo, insieme a quelli dei racconti zen, più che risolversi, aprono vedute stimolanti, esortano noi come probabilmente hanno esortato lo scrittore, a guardare verso i grandi temi della nostra esistenza di uomini con occhio pieno di meraviglia, più che di angoscia.
Chiudendo questo volumetto, mi sono detto: un libro così ci voleva. Perché la Bellezza e la Profondità, nella materia trattata, sono un canone sia interiore che esteriore. Sono, appunto, le voci del Cristo Zen" (Davide Sapienza, www.lapoesiaelospirito.wordpress.com.)

"Un libricino che è una guida spirituale tascabile e una lettura incantevole" (Daria Bignardi, "Donna Moderna").

"Audace ricerca di assonanze tra cattolicesimo e buddhismo, tra Gesù e Siddharta di un principe del noir che si rivela ottimo saggista e forse davvero lo 'scrittore mistico' da tempo intravisto da Camilleri" (Mirella Appiotti, «TTL - La Stampa»).

"Il Cristo zen è un saggio che si legge come un romanzo. Anzi come un'antologia di passi fondamentali nella storia dell'uomo, commentati con passione, garbo e ironia. Antidogmatico e tuttavia rispettoso delle credenze individuali: "Non credo in Dio ma credo nella fede dell'uomo", ha detto Montanari. Da maestro di scrittura qual è, l'autore struttura un modello di saggio breve, lieve e intenso, attento a semplificare i concetti senza perdere di profondità e spontaneità" (Michele Lauro, Panorama.it).

"Ci sono libri che sono in sé perle di saggezza. Libri che ti fanno chiedere se l'autore, che si professa ateo, non abbia invece scoperto l'essenza stessa della fede. Penso a "Il Cristo zen", di Raul Montanari, un'opera che accosta temi e passi della tradizione cristiana e di quella del buddhismo zen, dopo un'illuminante introduzione sulle varie scuole della spiritualità dell'Oriente" (Giovanni Agnoloni, "Il Corriere nazionale").

"Un'opera in bilico fra saggio e fiction, felicemente ibrida e magistralmente capace di legare l'efficacia dell'argomentazione alla libidine del racconto" (Stefano Colavita, "Gli Altri").

"La cosa più difficile nella realizzazione di un'opera di questo genere è di certo la liberazione dalle sovrastrutture preconcette e dai pregiudizi, oltre che dalle verità già stabilite. Si tratta di un magnifico libro, intenso anche se delicato" (Claudia Verardi, www.sulromanzo.it).

"Il libro risulta di bella lettura, soprattutto se non letto d'un fiato ma aperto e richiuso in momenti diversi, come si faceva coi florilegi spirituali di un tempo, capaci di fornire una prospettiva luminosa all'animo ingombro e al pensiero autorecluso nelle strettoie della logica" (Valter Binaghi, "Vibrisse").

"Non si può non riscontrare una Verità di fondo, che ispira per vie diverse un percorso spirituale" (Alessandra Casella, "Nuovo").







Visto da me

Era il 1991 quando ho parlato per la prima volta di questo progetto con Luciano Foa, il fondatore dell'Adelphi. L'idea mi era venuta proprio leggendo un libro pubblicato da questo editore, la celebre antologia 101 storie zen. In uno degli aneddoti, si raccontava dell'ammirazione di un famoso abate zen, Gasan, nel sentir leggere per la prima volta le parole di Gesù dal Vangelo. "Quest'uomo è quasi un Buddha!" esclamò Gasan.
Così mi era venuta la fantasia di provare a rileggere sistematicamente i quattro vangeli, cercando tutti i passi in cui fosse possibile trovare una somiglianza fra la persona, la predicazione, l'azione del Nazareno e quelle dei maestri di una religione in apparenza così lontana dal Cristianesimo. La ricerca era stata molto soddisfacente: almeno una cinquantina di passaggi del Nuovo Testamento rispondevano ai miei criteri. L'idea del libro si era sviluppata spontaneamente: accostare a questi passi altrettanti aneddoti della sterminata letteratura zen, alla ricerca di analogie illuminanti.
Non so perché questo progetto fosse finito in un cassetto. Ho scritto altri libri, mi sono occupato di altre cose, e nel frattempo Foa è morto portandosi dietro la memoria di decenni di editoria italiana. Ma prima o poi il momento di questo libro doveva arrivare, e la scintilla è scoccata durante una conversazione con Bernardino Sassoli, il patron della neonata casa editrice Indiana. Così ora il libro è scritto, l'autore è molto contento e lo sono anche i lettori... finora.






La prima pagina

A prima vista la religione cristiana e il Buddhismo zen non potrebbero essere più distanti per la predicazione originaria dei fondatori, il corpus dottrinale, le istituzioni; in tutto e per tutto, per la visione del mondo e la cultura.
Per cominciare, c'è una differenza inconciliabile tra le figure che stanno alla base del Cristianesimo e del Buddhismo in generale, non solo dello Zen.
Gesù di Nazareth si presenta come figlio di Dio, sceso in terra e fattosi carne per stabilire con gli uomini una nuova Alleanza. Chi ha il dono della fede gli crede; chi, come me, è ateo, ne è comunque affascinato come figura storica e ne è enormemente condizionato nella cultura e nella semplice vita quotidiana. In ogni caso tutta la predicazione di Cristo, la forza immensa e trascinante della sua parola, la tragicità della sua parabola umana, l'agonia, il combattimento con la morte e il riscatto della risurrezione, ruotano intorno a questo.
Il Buddha storico, Gautama Siddhartha, nasce cinque secoli e mezzo prima di Cristo, probabilmente nel 563. Muore ultraottantenne per un banalissimo avvelenamento da cibi guasti, quanto di più lontano si possa immaginare dal Calvario e dalla Croce, e non ascrive a se stesso alcuna origine divina. E' un principe indiano del clan dei Sakya, perciò detto in seguito Sakyamuni ("il saggio dei Sakya"), e la sua vita è la storia di una ricerca interiore cadenzata da tappe che in sé non hanno nulla di sovrumano. Dopo un'infanzia e un'adolescenza trascorse fra gli agi e i piaceri, si sottrae alla tutela della famiglia e compie un lungo pellegrinaggio spirituale, alla ricerca della fonte della sofferenza umana e dei mezzi per debellarla. Fin qui, la sua storia non ha niente in comune con quella del figlio del falegname di Nazareth. Siddhartha frequenta due maestri, altro dettaglio biografico inconcepibile in Gesù, capace fin da bambino di sostenere un contraddittorio teologico con i dottori del Tempio di Gerusalemme. Insoddisfatto del loro insegnamento, Siddhartha si immerge in una severa pratica di autodisciplina, con flagellazioni e digiuni che lo portano vicino alla morte ma gli fanno intravedere, alla fine, un nuovo orizzonte. Da questo momento la sua statura diventa quella di un maestro e Siddhartha inizia la sua vera predicazione, con il celebre sermone di Benares tenuto davanti ai primi cinque discepoli. Con gli anni si costituisce una vasta comunità di discepoli a cui finisce per aderire lo stesso padre di Siddhartha... un particolare che ho sempre trovato molto suggestivo, per il rovesciamento dei ruoli generazionali e perché la famiglia del futuro Buddha era stata così ostile ai primi passi del rampollo in una direzione che pareva incomprensibile. Al momento della morte del fondatore, nel 478, il movimento è già così consolidato e diffuso che l'anno dopo si tiene il primo concilio.
Quindi, da una parte il figlio di Dio. Dall'altra un uomo la cui divinizzazione è posteriore alla sua morte e contraria alla sua volontà. Oltre a ciò, questa divinizzazione sarà accettata solo da una parte del movimento buddhista, e possiamo già anticipare che essa per esempio è estranea allo Zen, che del Buddhismo rappresenta l'anima più radicale.