Raul Montanari


Interviste



Per le interviste riportate, che sono una selezione spero significativa e non noiosa, ringrazio sia gli intervistatori sia le testate che le hanno accolte. In alcuni casi il testo che leggerete qui è un po’ diverso da quello che è stato effettivamente pubblicato, in quanto esigenze redazionali e di impaginazione spesso esigono dei tagli.


1. A Gian Paolo Serino per «Il mucchio selvaggio» su Che cosa hai fatto (2001).
2. A Flavio Fucili per «Bergamo Sette» su giallo, pulp ecc. (2002).
3. A Lorenzo Pavolini per «Nuovi argomenti» su come lavorano gli intellettuali (2002).
4. A Massimiliano Ferrone per la sua tesi di laurea, sul rapporto fra vita e scrittura (2002).
5. A Roberto Carnero, sulla riscrittura di Il buio divora la strada (2002).
6. A Piero Sorrentino per « Stilos» su Chiudi gli occhi (2004).
7. A Cinzia Fiori per il «Corriere della Sera» su lingua e nuove tecnologie (2004).
8. A Mariano Sabatini per «.COM» sui processi creativi (2005).
9. A Jacopo Guerriero per «Jesus» su L’esistenza di dio (2006).
10. a Paolo Cacciolati per il blog di Giulio Mozzi, "Vibrisse" per la raccolta di racconti E' di moda la morte..
11. A Grazia Casagrande per Wuz, all'uscita di Strane cose, domani. (2009)
12. Per "Liberidiscrivere", più o meno nello stesso periodo.
13. Intervista del 2010 per il blog La poesia e lo spirito, parlando di cose varie.
14. A Marilù Oliva per il suo blog libroguerriero.worldpress.com (2012)
15. A Fabio Ivan Pigola sulla Perfezione (2013).






1. A Gian Paolo Serino per «Il mucchio selvaggio». L’intervista è stata fatta un mese dopo l’uscita di Che cosa hai fatto. Serino ha sempre scritto cose intelligenti sui miei libri, spesso più intelligenti dei libri stessi.

D - Come è nato "Che cosa hai fatto"?
R - All'origine credo che ci sia stata l'idea di vivere un'esperienza sessuale rabbiosa, totale, portata all'estremo non tanto nelle pratiche (benché nel libro ci sia in parte anche questo... circa una pagina su tre contiene la descrizione di atti sessuali!) quanto nello spirito con cui è possibile farla. Credo di avere avuto l'idea fondamentale di questo romanzo così complesso in 30 secondi, ma questo in fondo succede con tutti i libri. Era la fine degli anni '80, avevo scritto il mio primo romanzo. Una sera stavo guardando in TV uno di quei programmi di spogliarello un po' caserecci. Due ragazze molto carine e molto normali hanno cominciato a ballare sul ritmo di una base musicale, a spogliarsi in pedana con un imbarazzo misto a sorrisi, come avrebbero fatto due liceali che dovevano pagare una penitenza. Ho provato un senso di profonda estraneità da loro, misto a una simpatia e a una tensione che non riuscivo a spiegarmi, e che era narrativa, non erotica. Un senso di energia, in fondo. Allora ho pensato: un uomo decide di uccidersi, ma si dà dieci giorni per vivere il sesso come non l'ha mai vissuto in vita sua fino a quel momento. Per bruciare ogni esperienza, renderla assoluta proprio perché sa che non la ripeterà mai più. Il libro è nato così. La prima stesura è del '91, è stato riscritto più e più volte per l'estrema difficoltà di svolgere il tema mantenendolo ancorato alla vita di tutti noi ed evitando la deriva del surrealismo. Ho anche cercato la massima fluidità, e infatti sono felice che tutti mi dicano che nonostante la lunghezza di circa 270 pagine è difficile metterlo giù ed è possibile leggerlo addirittura tutto d'un fiato, in un solo giorno. In una notte, meglio.

D - Leggendo il libro mi è venuta alla mente una frase del Doktor Faustus di Mann: "L'essenza del dolore è l'ambiguità."
R - E' fantastico che tu citi questa frase, perché è sostanzialmente la chiave di tutta la mia estetica! Anzi, mi permetto di correggerla: Mann dice che non il dolore ma "l'arte" è ambiguità (Zweideutigkeit). Infatti è così. Nella vita noi incontriamo persone, situazioni, condizioni dell'essere, e sono tutte ambivalenti: il bianco e il nero non sono mai separati, ma sempre mescolati. Quando in un libro trovo questa ambiguità, sento di essere davanti a un lavoro artistico; quando trovo personaggi a tesi, unidimensionali, mi ritraggo. Credo che in Che cosa hai fatto tutti i personaggi abbiano questa terribile ambiguità, in particolare i due protagonisti: Béatrice e l'uomo senza nome di cui seguiamo i passi. Ma perfino il personaggio in apparenza più negativo, il capo dei torturatori della polizia politica, è umanizzato dal fatto di essere innamorato di Béatrice, capace di uccidere per lei.

D - A questo proposito: tu sei il traduttore italiano di Cormac McCarthy, il Kubrick della letteratura. Ti ha influenzato la sua rappresentazione ambigua della violenza?
R - Le cose che ho imparato da McCarthy sono state il gusto della scorrettezza politica e una certa visionarietà alla Hieronymus Bosch nelle descrizioni. In realtà entrambi gli elementi sono presenti da sempre in quello che scrivo, ma certo il rapporto con la pagina del grandissimo scrittore americano (per alcuni il maggior prosatore vivente in lingua inglese) mi ha fatto venire voglia di accentuare questi aspetti del mio lavoro. Credo che la sintesi estrema di questa tensione di scrittura sia nella scena in cui è descritto un tumulto in piazza del Duomo: la manifestazione è di sinistra, antigovernativa, ma le bandiere che sventolano sono nere (curiosamente questo elemento anticipava di dieci anni le "gesta" dei black bloc a Genova!), e questo dà alla scena d'insieme un carattere quasi gotico, molto impressionante. Il protagonista aiuta un ragazzo a sfuggire ai manganelli dei poliziotti, ma poi lo picchia lui per un motivo banale: il ragazzo gli ha spaccato un fanale della macchina.
Quest'ultimo pestaggio avviene in una cripta ben nota ai milanesi (la cappella di San Bernardino alle Ossa), sotto le orbite vuote dei teschi che appartengono ai morti di un'antica pestilenza. Tutto molto mccarthiano, anche se per la verità questa scena fa parte del nucleo originario del libro, scritto cinque anni prima di cominciare a tradurre il grande scrittore texano.

D - Anche l'autodistruzione è un altro tema ricorrente nei tuoi libri: questa volta sembra veicolata dalla violenza del sesso.
R - Il progetto del protagonista è quello di calarsi in un inferno sessuale, aiutato dalla sua potente amica Béatrice (nome ovviamente allusivo), che in quanto amante di un uomo di potere ha la possibilità di procurargli, a pagamento, questi piaceri estremi. In realtà questo percorso paradisiaco-infernale si rivelerà molto più pieno di sorprese e, in fondo, più interessante di quanto il protagonista stesso prevedesse.

D - E’ una sessualità, comunque, profondamente influenzata dai media: il sesso "vissuto" come puro piacere concettualizzato, portato all'estremo, ma ridotto a "morte del sentimento" (cito Ballard).
R - Mi spingerei addirittura più in là. Quando io ero ragazzo avevo moltissimi modi di godere, di provare piacere sia fisico che mentale. Potevo fare voli lisergici-virtuali ascoltando la musica degli anni '70 (Pink Floyd, King Crimson, Genesis, Van der Graaf Generator), pomeriggi interi sul letto, al buio, o su un divano o per terra con un amico. Mi emozionava giocare una partita a pallone interminabile tutto un pomeriggio. Scoprire un paesaggio sconosciuto dopo una camminata assurda di cinque ore, non so, passare una notte a fare sedute spiritiche con amici ubriachi, perfino andare a pesca. Leggere un autore e scoprirlo. Tutto questo mi dava un senso totale di pienezza del vivere, di piacere assoluto. Adesso i media mi hanno convinto che esiste un solo piacere, il sesso, e che tutte le altre forme di godimento sono sostituti mutili e minori del sesso. Questo è avvenuto a partire dalla liberazione sessuale di fine anni '60, che è stata immediatamente mercificata: le top model e le ragazzine condominiali con l'ombelico di fuori sono effettivamente figlie delle sessantottine col seno scoperto e i piedi zozzi, ne sono la deformazione riplasmata dal mercato. Il protagonista del libro, di fronte alla prospettiva di uscire alla grande dalla propria vita, di consumare un esplosivo passo d'addio, sceglie quasi esclusivamente esperienze sessuali sempre più violente, perché non sa immaginare niente di diverso, e perché d'altra parte il sesso si può rinnovare solo attraverso la moltiplicazione e l'intensificazione del piacere che se ne trae. Il problema è reso anche in modo esplicito: a un certo punto Béatrice, che pure è connivente e mezzana del protagonista in questo tragitto carnale, lo rimprovera per l'ossessività delle sue predilezioni, e lui risponde: cosa avrei dovuto fare invece, andare su Saturno, mangiare la marmellata più buona del mondo? Il protagonista non vede niente al di là del sesso, tanto che rinuncia a vivere una vera storia d'amore con la stessa Béatrice per tuffarsi fino in fondo in questo vortice. Aggiungerei che mi piacerebbe molto sentire da qualcuno, di fronte a questo martellamento sessuale mediatico, opporre non un discorso moralistico (il sesso è piacere, quindi è una cosa brutta, meglio la religione, meglio la politica, meglio la famiglia monogamica) ma un discorso edonistico: il sesso è uno dei diversi piaceri fisici, intellettuali, spirituali, emotivi che posso provare nella mia vita, e non ha senso che diventi l'unico solo perché è il più universale e consumabile, perché è più facile infilare dentro uno spot pubblicitario un paio di sgallettate mezze nude piuttosto che un quadro di Dalì o una pagina di Kafka. O una canzone intensa e devastante come Bury the Evidence di Tricky (del quale saccheggiano sistematicamente i pezzi più banali, puri sottofondi coitali).

D - Il libro, oltre che metafora del "tunnel di vivere", sullo sfondo tratteggia le coordinate di un mondo dove a dominare è il peggiore degli incubi catodici: non è l'occhio del Grande Fratello orwelliano che guarda noi, ma siamo noi che guardiamo lui.
R - Questo è il paradosso dello schermo, e vale sia per lo schermo del televisore che per quello in teoria più "democratico" del monitor dei nostri computer. Dallo schermo ci arrivano informazioni, emozioni, immagini, parole, suoni, ma il marketing ha insegnato ai responsabili dei programmi televisivi e dei grandi portali di Internet ad assecondare i gusti del pubblico, anzi a farli regredire in zone semplici e governabili dalla pubblicità (il desiderio di benessere, di piacere fisico, di gratificazione). Perciò fra chi sta al di qua e chi sta al di là dello schermo rischia di instaurarsi un circolo vizioso, un rapporto che tende alla mercificazione. Internet comunque per ora è ancora un luogo libero e selvaggio, almeno in parte, e non a caso proprio su alcuni siti Internet il protagonista trova i messaggi dei gruppi politici che si oppongono al regime dittatoriale che incombe sulla Milano del romanzo.

D - Una delle figure del romanzo è quella del Presidente, un dittatore "democratico" che mantiene l'ordine attraverso l'ombra degli schermi e che tu rappresenti "sempre e comunque con il sorriso sulle labbra". Qualche riferimento al Nostro?
R - Pur rispettando un uomo politico che è stato eletto con i voti dei miei concittadini, io sono abbastanza antiberlusconiano per sperare che Berlusconi durerà meno del mio romanzo. Perciò - paradossalmente - ho preferito non dipingere affatto un dittatore democratico (molto bella la tua definizione!) che alludesse semplicemente a lui. Ho preso qualche elemento berlusconiano che mi sembrava caratteristico in genere della figura del presidentissimo massmediatico, catodico, come appunto il sorriso o il presenzialismo esagerato, ma l'ho mescolato con elementi contraddittori, per lasciare aperta l'identificazione anche con i presidenti che (ahinoi) verranno, e che potrebbero essere ben peggiori dell'uomo di Arcore! Per esempio a un certo punto si parla di un anello molto vistoso, che Berlusconi non ha affatto.

D - A libro finito ho pensato alla purezza della tragedia greca (penso a Sofocle): nel senso che, comunque, alla fine, nessuna spettacolarizzazione attutisce la tragedia di avere un rabbioso destino.
R - Sono molto contento della tua interpretazione, perché qualcuno mi ha rimproverato di non aver messo nel finale un botto con trombe e tamburi. In realtà, dopo una serie ravvicinata di colpi di scena molto sorprendenti per il lettore, la vicenda del protagonista collassa su se stessa, si esaurisce in una sorta di ironico lieto fine che lieto non è per niente. Un finale a cui potrei paragonare quello di Che cosa hai fatto è quello del meraviglioso film d'esordio di Steven Spielberg, Duel, che spero tutti ricorderanno. Dopo essere riuscito a uccidere l'autista senza volto del camion che lo inseguiva, il protagonista si siede sul bordo del burrone che ha ingoiato camion e persecutore e comincia a gettare sassi nel vuoto, completamente svuotato lui stesso, come se non gl'importasse niente di aver vinto il "duello". O come se il duello fosse diventato l'essenza della sua vita, tanto da non lasciargli vedere niente al di là.






2. Questa è del 2002. L’autore è Flavio Fucili per «Bergamo Sette ».

D - Non le sembra che i lettori oggi, prediligano le invenzioni letterarie rispetto ad un’eccessiva psicologia dei personaggi?
R - Sicuramente, ma questo è sempre stato nel DNA del giallo. Il giallo è una forma narrativa di genere, come la fantascienza, l'horror, il romanzo erotico. Ora, la narrativa di genere si basa su un contratto fra scrittore e lettore che ha come oggetto proprio i contenuti, non lo stile o la psicologia dei personaggi. Lo scrittore di gialli dice al suo lettore: ti prometto che proverai emozioni, che vedrai l'ordine del mondo sconvolto da un delitto e alla fine ricomposto dall'intervento di un detective. Quindi è naturale per il giallo un fortissimo accento sulla trama, mentre la psicologia dei personaggi, la descrizione dell'ambiente ecc. sono elementi accessori che possono diventare importanti in un secondo tempo.

D - Il libro “giallo” secondo Raul Montanari è?
R - Come ho avuto occasione di scrivere più di una volta, il giallo e il noir lavorano entrambi con un materiale narrativo che contiene l'idea della violenza, ma arrivano a risultati opposti. Il giallo rappresenta il punto di vista dell'ordine legale, la sua rottura a causa dell'omicidio e il suo ripristino; non c'è un solo vero giallo che non abbia a suo modo un lieto fine. Invece il noir rappresenta spesso il punto di vista del cattivo, mette in scena il suo piano per rompere l'ordine suddetto (compiere un omicidio perfetto, una rapina, ecc.) e la punizione che quasi invariabilmente arriva, mandando all'aria i suoi calcoli. Il giallo è consolatorio, come l'enigmistica e il telequiz; il noir è realistico e inquietante. La cosa buffa è che entrambi sono stati inventati dallo stesso scrittore: Edgar Allan Poe.

D - E il linguaggio letterario?
R - Usa le parole non solo al fine di comunicare, come facciamo noi parlando nel quotidiano, ma anche per creare bellezza. La differenza sta tutta qui. Naturalmente l'effetto estetico che chiamo bellezza può assumere aspetti molto diversi: c'è anche un'estetica dell'orrido, ecc.

D - Chiunque è destinato a soccombere contro l’ambiguità?
R - L'ambiguità, secondo Thomas Mann che di queste cose si intendeva parecchio, è l'essenza stessa dell'arte. Quando leggo libri con personaggi che sono solo bianchi o solo neri (o rossi...) lo metto via; tutti i personaggi devono avere aspetti amabili e aspetti odiosi, come è nella vita. Quindi più che soccombere parlerei di accettare l'ambiguità.

D - Nei suoi racconti la morte è spesso presente. Il suo rapporto con la morte?
R - Pessimo, attualmente. Potrò essere più preciso dopo che sarò morto. Molti scrittori, fra cui il grandissimo Jorge Luis Borges, hanno sostenuto che essere immortali sarebbe insopportabile; io credo che proverei ad adattarmi.

D - Qual è la parte che le da più grattacapi durante un processo creativo?
R - Da un punto di vista tecnico onestamente direi nulla. Quello che mi disturba nel processo creativo, in particolare nella prima stesura di un romanzo o di un racconto, è il suo carattere divorante. Quando scrivo sono come posseduto e mi dimentico di mangiare e dormire, mi salta tutto l'ordine quotidiano che normalmente considero molto importante. Sono in uno stato di eccitazione che alla lunga mi fa star male. Direi infatti che sto meglio quando non scrivo: sono più rilassato, vado a pesca, gioco a scacchi, giro l'Italia facendo reading poetici con i miei amici Tiziano Scarpa e Aldo Nove, e faccio la corte alle ragazze con esiti discontinui.

D - Il suo incontro con il “pulp” è stato casuale?
R - Tutti quelli che si occupano di letteratura in Italia e che hanno un minimo di disponibilità all'ascolto delle nuove tendenze hanno "incontrato" il pulp nel '96. A me è successa una cosa imprevedibile, cioè che mi sono legato in un vincolo strettissimo di amicizia con alcuni esponenti di quella generazione, tutti di qualche anno più giovani di me. I già citati Nove e Scarpa sono per me come fratelli: facciamo insieme di tutto, oltre a scrivere libri. Sono anche amico di Niccolò Ammaniti, Giuseppe Caliceti e Andrea Pinketts, spesso impropriamente ascritto al pulp.

D - Raramente, in Italia, è visto un “covo” letterario così ben disposto al confronto e al dialogo interno come nel caso del gruppo composto da lei, Pinketts, Nove, Scarpa, Voltolini, Bosio, ecc. Può commentare i segni evidenti che la vostra narrativa letteraria ha lasciato negli anni ‘90 smaccando il dominio Usa?
R - Sono molto contento dei nomi che lei indica, perché Voltolini fa una narrativa meno estrema nei contenuti rispetto alla nostra ma incredibilmente raffinata, e Laura Bosio è a mio parere la migliore scrittrice italiana nella generazione delle quarantenni. Credo che ci siano due elementi che ci differenziano rispetto agli scrittori maturati negli anni '80 o anche prima. Anzitutto nessuno di noi si permette di fare libri noiosi. Consideriamo un peccato mortale annoiare il lettore, cerchiamo sempre di sedurlo e trascinarlo in zone a lui sconosciute, o selezionando materiali narrativi nuovi (il corpo, per esempio) o inventandoci linguaggi inediti. In secondo luogo noi siamo molto amici, ma anche estremamente severi nel giudicare le nostre cose: questo atteggiamento (l'opposto rispetto al comportamento mafiosetto di quelli che in pubblico si fanno i complimenti e si votano l'un l'altro ai premi letterari, mentre in privato si detestano) è l'ideale per crescere insieme e fare cose sempre più interessanti. La narrativa targata USA rimane ovviamente imbattibile sul piano commerciale nei comparti in cui è specializzata; per esempio il legal thriller. Pazienza, chi se ne frega del legal thriller!

D - Anche nell’eros più ci si perde e più ci si ritrova?
R - Senz'altro. L'eros è tante cose, ma soprattutto è un modo straordinario per liberare energie. Credo che la vecchia concezione freudiana della sublimazione fosse troppo meccanica e che vada rovesciata. Secondo Freud l'artista, lo scienziato, insomma l'uomo che crea idee, mette in questi processi creativi un'energia che sottrae al sesso. Secondo me invece il sesso attiva i processi creativi e li alimenta. Senza l'esperienza sessuale io conoscerei pochissimo del mondo, della gente: banalmente, delle donne che sono state con me e di quelle che si sono semplicemente confidate, ma anche degli amici che mi hanno messo a parte dei loro piaceri e dei loro desideri e patemi.

D - Il consiglio più frequente che da ai giovani narratori?
R - Quello di considerare la propria vita non il fine della narrazione, come fanno in tanti, ma un serbatoio a nostra disposizione per prendere eventualmente qualcosa che ci serve. Quando devo descrivere, per esempio, una paura, va benissimo che utilizzi una "mia" paura (quella dell'altezza, poniamo) e non una paura altrui (ci sono persone che hanno paura delle farfalle!), perchè sarò più convincente e avrò più cose da dire. Lo stesso vale per le cose materiali, per gli ambienti, per i personaggi, per il lavoro: l'anno e mezzo che ho fatto in una grande multinazionale della pubblicità fra l'85 e l'86 sono stati fondamentali, per capire come si vive in un ufficio. Usare la propria esperienza personale per arricchire una storia è giusto; scrivere una storia solo per parlare di se stessi è sciocco e annoia il lettore.

D - Ha degli autori di riferimento?
R - Molti. In ordine cronologico: la tragedia classica (Sofocle e Seneca in particolare), gli elisabettiani, il realismo magico dell'800 (Poe, Stevenson, James), la letteratura mittleuropea da Kafka a Durrenmatt e i grandi autori americani contemporanei, da Joseph Heller a Cormac McCarthy di cui ho tradotto quattro romanzi per l'Einaudi.

D - Oltre che nella letteratura, trova molte influenze anche nel linguaggio cinematografico?
R - Certo. Cinema, letteratura e fumetto sono arti sorelle, perchè hanno tutte in comune il problema di come raccontare una storia. La letteratura, che usa solo le parole e non le immagini, può imparare moltissimo da cinema e fumetto. Per esempio il modo di gestire il tempo della narrazione: l'uso nei romanzi di ellissi, cioè di salti temporali molto bruschi, è stato sicuramente influenzato dal fatto che questo modo di organizzare il racconto è comunissimo nei film.

D - Ha visto l’ultimo film di David Lynch?
R - No, ma so già che mi piacerà.






3. Sempre del 2002: una breve intervista molto “tecnica” a Lorenzo Pavolini per «Nuovi argomenti».

COME LAVORANO GLI INTELLETTUALI

Non per farci gli affari vostri ma… ci è sembrato utile provare a tracciare una mappa schematica e più ampia possibile di coloro che svolgendo attività legate alla scrittura o altro simile mezzo di rappresentazione artistica si trovano comunque nella circostanza di produrre un reddito più o meno sufficiente al proprio e altrui sostentamento. Alla maniera dei sociologi è nostro intento scattare la fotografia di un gruppo di persone in un preciso momento “storico”, dove il paesaggio sono le forme e i rapporti professionali. Abbiamo scelto di porre queste semplici domande a persone che non abbiano ancora compiuto 45 anni, per circoscrivere “l’ambito di ricerca” e per segnare, se c’è, una differenza tra come lavorano gli intellettuali oggi e come lavoravano ieri. Ad esempio chi fa l’insegnante, come lo fa? Chi il giornalista, per quante testate? Quali e quante sono le forme di collaborazione editoriale? Chi si reca tutti i giorni in un ufficio e chi lavora a casa? Chi si trova a frequentare la tradizionale scissione tra lavoro e letteratura e chi invece “spalma” le sue energie creative su una gamma multiforme, elastica, caotica, precaria, interinale, a tempo determinato, e sempre senza tempo, di attività editoriali o di natura assimilabile?

D - Che lavoro fai?
R - Lo scrittore

D - Quanti lavori fai?
R - Uno, più gli indotti: lezioni e conferenze di scrittura creativa.

D - Quanti lavori hai fatto?
R - Quattro: insegnante, pubblicitario, consulente di case editrici, traduttore.

D - Puoi raccontare come hai trovato il primo lavoro, o quello che svolgi attualmente?
R - Ho cominciato a pubblicare per l’editore per il quale facevo il consulente e il traduttore (Leonardo Mondadori).

D - Il tuo lavoro da quale tipo di contratto è governato?
R - Nessuno.

D - Questo contratto ti soddisfa?
D - Se sei free lance, questa tua condizione ti preoccupa per il tuo futuro e casomai per quello della tua famiglia se ce l’hai?
R - No, per niente.

D - Se vivi non da solo e se la tua condizione lavorativa è comunque precaria, la cosa ha un qualche riflesso nella vita a due?
R - No.

D - Hai anche figli? Se li hai quali preoccupazioni hai per loro?
R - Niente figli.

D - Il lavoro che svolgi ti avvicina o ti allontana dallo scrivere o da altro di simile?
R - E’ la scrittura.

D - Quando leggi e di conseguenza quanto?
R - Soprattutto la sera a letto. Diverse ore.

D - Quando scrivi? Sei costretto a “lavorare per te” (come si dice) nei ritagli di tempo? Riesci a far questo con regolarità?
R - Scrivo quando voglio, tranne quando ho scadenze da rispettare.






4. Ancora dal 2002: a Massimiliano Ferrone per la sua tesi di laurea sul tema del rapporto fra vita e opera. Ferrone aveva assistito a una conferenza ed era rimasto colpito dalla mia idea che l’autore debba mettersi nei confronti della sua stessa vita in un’ottica di “vampirizzazione”: prenderne quello che gli serve per scrivere, considerandola però non un serbatoio privilegiato, ma alla stregua di altre fonti di idee, cognizioni, spunti e così via.

Il discorso sull'autobiografismo si può schematizzare così:
1. Il narratore ha una vita interessante, perché ritenuta tale (è una star della pop music, un assassino, ecc.) o perché lui tale la ritiene fondatamente. A questo punto è autorizzato a fare un'autobiografia pura e semplice.
2. La più frequente: il narratore, come tutti, ha una vita né troppo interessante né troppo poco. A questo punto, se è un narratore vero, deve fare una piccola rivoluzione di prospettiva, cioè mettere al centro della propria attenzione la storia che decide di raccontare, storia che gli può essere stata suggerita in diecimila modi (storia altrui, big bang, flash, rielaborazione di una cosa letta, satori, ecc.). Ogni qualvolta, dentro questa storia, avrà bisogno di elementi informativi (tipo: descrizioni di luoghi, caratteri, arti e mestieri, hobby, sport, emozioni, fobie, perversioni sessuali ecc.), è legittimo che lui ci metta dentro elementi autobiografici (la vita), purché non travalichino quanto richiesto dalla storia!
Ti faccio un paio di esempi personali.
Il mio romanzo più noto si intitola La perfezione (Feltrinelli 1994, 96). Ha tre protagonisti: un killer dal volto sfregiato; un altro killer, un olandese gigantesco; Adriana, una cameriera stagionale. Né l'olandese né Adriana sono personaggi in cui ho messo qualcosa di mio: si tratta di creature sintetiche, cosa che li non ha affatto resi meno "veri" (Adriana è considerata da sempre il mio personaggio femminile migliore). Invece il killer dal volto sfregiato sono io. In che senso?
Nell'estate del '90 io ero molto solo. Stavo nella mia casa sul lago d'Iseo. Guardavo le gambe di una ragazza che prendeva il sole sul balcone in alto a destra rispetto al mio. Questa condizione di solitudine si è combinata con un'esperienza passata, quella di un incidente automobilistico molto grave che avevo avuto nell'estate dell'81, stesso scenario. Ho cominciato a immaginare il killer. Perché un killer? Per la rabbia che avevo dentro. Perché il killer è solo? Perché si vergogna della sua faccia sfregiata. Perché è sfregiato? Perché ha avuto un incidente in macchina. Di più: l'incidente ha distrutto la sua vita, perché in macchina c'era tutta la sua famiglia, ad eccezione della nonna (la proprietaria della casa sul lago, nella finzione e nella realtà). Suo padre è finito in una scarpata, sono morti tutti, lui si è abraso la pelle da metà della faccia. Questo è successo quando aveva 22 anni (come me; io ero in auto con un cretino che guidava troppo veloce, purtroppo non è nemmeno morto; però, come il killer, mi sono rotto varie ossa, fra cui la quinta vertebra lombare. La faccia è a posto). Dieci anni dopo lo ritroviamo: è diventato un killer della malavita. Si è sentito così brutalmente buttato fuori dai binari dell'esistenza normale che stava conducendo, ha deragliato con tale violenza, da ritrovarsi tout court fuori dalla vita "normale". La vita "normale" per lui è la vita degli altri. Un giorno riceve un incarico: deve uccidere un altro killer, un uomo pericoloso, l'Olandese, che va a pescare su un torrente in Val di Scalve, una valle vicina al lago d'Iseo. E' costretto per ragioni di lavoro a tornare sul luogo dove la sua vita è stata distrutta. Ed eccolo qui: come me, fa ginnastica con i pesi (l'identificazione è tale che la sequenza iniziale del libro, molto famosa, in cui il killer seminudo fa 100 flessioni e il suo cervello si intossica di fatica e di pensieri orribili, l'ho interpretata io in un videoclip per canale 5, con grande gaudio delle lettrici), guarda le gambe della ragazza del piano di sopra, e aspetta che gli dicano quando deve andare ad ammazzare quell'altro, mentre la sua povera nonnetta gli prepara da mangiare e ha paura di lui.
Vedi? Ho preso elementi reali della mia vita e li ho cacciati dentro la storia solo perché servivano, non perché volevo parlare di me e far sentire al mondo il mio grido di dolore! Secondo esempio. Il mio romanzo recente di maggiore impatto è Che cosa hai fatto (Baldini e Castoldi, 2001). E' la storia di uno che a 37 anni decide che è stufo di stare al mondo. Anni prima sua moglie e sua figlia sono morte (a me no: non ho né moglie né figli), ma il punto non è quello. E' stufo e basta. Liquida la sua vita, si licenzia, vende la casa, mette tutto in mano a un'amica, Béatrice, e le dice: combinami 10 giorni di piaceri estremi. Lei non lo sa, ma lui alla fine ha intenzione di ammazzarsi. Sullo sfondo, una Milano invasa di carri armati (molti hanno parlato della Genova del G8, ovviamente, ma il libro è stato scritto nel 91!), bombardata dalle immagini di un presidente dittatore.
Dove stanno qui gli elementi autobiografici? Semplice. Ancora una volta, lui sono io. Gli incontri sessuali che ha li ho avuti più o meno tutti anch'io. Naturalmente tutti mi chiedono chi è la telegiornalista che si scopa la prima sera, eh eh! Il protagonista, che non viene mai chiamato per nome (come il killer della Perfezione - un indizio classico di identificazione fra protagonista e narratore) soffre di attacchi di panico, come me, perché questo lo umanizza dentro un tragitto sessuale e ossessivo che rischiava di farne un personaggio quasi antipatico. Ascolta la musica che ascolto io, perché questo mi consente di creare una curiosa sotto-ossessione (tutte le volte che va in un negozio di dischi gli viene l'attacco di panico) che diventa narrativamente interessante e perfino divertente, ecc.
Credo che un narratore debba lavorare così. Il narratore è lo schiavo della storia che racconta. E' il suo organo sessuale: la storia si autoriproduce usando il narratore. Quando la storia chiede, il narratore risponde usando tutti i mezzi, anche la sua vita, anche il suo dolore (o il suo piacere). Altrimenti non è un narratore, è un cretino.






5. Per finire bene l’anno: un’intervista a Roberto Carnero, sulla riscrittura di Il buio divora la strada. Se non ricordo male, uscì su «Letture». O era «Famiglia Cristiana»? Possibile?

D - Come mai la riproposta del suo romanzo d'esordio?
R - Questo romanzo è stato scritto nell’88, quando ero molto giovane e soprattutto il mondo letterario e editoriale era profondamente diverso da oggi, meno propenso ad accogliere proposte innovative. Per questo, mi ero sentito in dovere di camuffare la struttura narrativa molto particolare del libro e i suoi contenuti radicali con una scrittura colta, un po’ paludata. Il romanzo uscì nel ’91 per Leonardo, e passò quasi inosservato (con l’eccezione di una bellissima recensione di Goffredo Fofi). Ora la critica e il pubblico può leggerlo in maniera più corretta.

D - In che direzione è andata la riscrittura?
R - Anzitutto in un ripensamento dello stile, che adesso finalmente aderisce al mio vero linguaggio: asciutto, veloce, visionario. Il libro è stato riscritto dalla prima all’ultima parola, e tutti quelli che lo hanno letto nella nuova versione si sono stupiti di quanto risulti appassionante nonostante la durezza della vicenda narrata. Poi ho addolcito alcune asprezze inutili nei personaggi e nella trama stessa; dico inutili perché non erano funzionali al fascino della storia.

D - Al centro del romanzo c’è un padre di cui il protagonista cerca di ricostruire l'identità. Perché questo bisogno di confrontarsi con la figura paterna?
R - E’ un bisogno fondamentale, slegato dalla mia storia personale (il mio rapporto con mio padre è ottimo). Il padre è il garante di un ordine, offre punti di riferimento per interpretare ciò che ci accade. Ci impedisce di scivolare nel caos della mancanza di senso. Basta guardare come sono stati letti i fatti relativi alle Twin Towers e a quello che ne è seguito, con la mitizzazione di un padre “buono” e di uno “cattivo” (Bush e bin Laden, a seconda di chi li guarda). Insomma, Dio o il Demonio ma un padre comunque, che dia senso alle cose, perché l’alternativa è il Nulla. Anche il padre presente nel mio libro è malvagio, ma non per questo il figlio smette di cercarlo.

D - Il libro è ambientato a Milano, dove lei vive. Che cosa rappresenta per lei questa città?
R - Un universo di possibilità. Milano è una città orrenda, ma ci puoi trovare dentro tutto: cammini per le sue brutte strade e da dietro un angolo può sbucare un angelo, un criminale, un bambino che piange, un cane che gioca, la ragazza che sposerai. Nei negozi trovi qualunque prodotto: dischi introvabili, libri fuori catalogo. Io detesto Milano, ma quando ne sono lontano mi sento quasi smarrito.

D - Lei viene in genere incasellato come scrittore “noir”. È d’accordo con questa definizione?
R - No. Capisco che per un critico è una grossa tentazione, quella di incasellare un autore in un genere. Nei miei libri ci sono elementi presenti anche nel noir: mistero, tensione, morte. Ma queste cose stanno anche nella Bibbia, anche nell’Odissea! Non mi ritengo disonorato dalla definizione di autore noir: ci sono scrittori noir che amo, come Patricia Highsmith. Semplicemente, mi disturba perché fa al lettore una promessa che io poi non mantengo. I miei romanzi sono più complessi dei noir, e il lettore appassionato a questo genere rischia di rimanere deluso!

D - Quali sono i suoi maestri nella scrittura? Che cosa ha imparato da loro?
R - Sono autori in buona parte di lingua inglese e tedesca, che ho letto e riletto nei miei anni formativi e mi hanno insegnato come si racconta una storia. Citerei Poe, Stevenson, Kafka, Graham Greene, Durrenmatt. Alcuni li ho anche tradotti, come Cormac McCarthy. Ci sono poi autori italiani che ho avuto anche la fortuna di conoscere, come Giovanni Testori e Aldo Busi. Da Busi ho imparato moltissimo sul rapporto fra l’autore e la scrittura: credo che in questo sia un maestro per tutti noi.






6. A Piero Sorrentino su Chiudi gli occhi. L’intervista uscì su « Stilos», l’imprescindibile quindicinale di letteratura diretto da Gianni Bonina, il 17 febbraio 2004.

Duecentoquattordici, duecentosettantasei, quattrocento. A ragionare come il tacchino di Bertrand Russell – che la mattina della vigilia di Natale si stupì davvero tanto quando la padrona, invece di riempirgli come al solito la vaschetta di pastone, entrò nel pollaio per tirargli il collo – si potrebbe rintracciare, nella progressiva e ipertrofica crescita del numero di pagine degli ultimi tre romanzi di Raul Montanari, semplicemente una tendenza dei narratori italiani di genere – mutuata dai libri dei maestri del thriller d’oltreoceano  – all’imbastimento di trame sempre più fameliche, accese, travalicanti i confini corti e stretti dello stagionato giallo all’italiana. E in effetti Chiudi gli occhi (Baldini Castoldi Dalai, pp. 400, 14.90 euro) è il romanzo dal plot più denso e articolato finora pubblicato dallo scrittore bergamasco. Ma il lettore che si fermasse alla constatazione quantitativa delle pagine di Chiudi gli occhi sul serio rischierebbe di finire come il povero tacchino di Russell: ucciso (deluso) dalle sue scorrette inferenze.
Il microcosmo in eterna penombra che Montanari disegna sulle sponde brumose del lago d’Iseo trabocca infatti di personaggi nemmeno lontanamente parenti dei characters a tutto tondo che gonfiano i libri dei romanzieri americani. La trama (solo accennata per rispetto del lettore, visto che negli ultimi 4 capitoli il recensore ha perso il conto dei colpi di scena e delle agnizioni che si succedono) ha per protagonista Andrea, tornato dopo 15 anni di assenza al suo paese d’origine, sulle rive del lago d’Iseo, per il funerale della madre. Accusato dello stupro e dell’omicidio di un’adolescente (“Ilaria, occhi neri da cerbiatta, un musino sexy tipo la Valentina dei fumetti”) e successivamente scagionato per mancanza di indizi (dell’omicidio si autoaccuserà un amico di Andrea, Claudio, che prima confesserà al prete del paese, Don Alfio, l’omicidio; poi si sparerà alla testa, non prima di aver ferito Werner, il poliziotto-eroe che aveva cercato di bloccarlo), su Andrea resta il marchio infamante delle voci di paese, che continuano a indicarlo come responsabile dell’assassinio. Andrea – che nel frattempo, in Canada, ha appreso a muoversi con sicurezza nelle situazioni più difficili e a difendersi con le arti marziali e lo street-karate – si trova suo malgrado reimmerso in uno scenario quasi cristallizzato nel tempo, fatto di omertà e bugie, violenza e morte, e deciso più che mai a portare alla luce la verità sui fatti terribili di 15 anni prima. Raul Montanari ha scritto un libro corposo e dall’intreccio blindato, che al di là del congegno perfettamente oliato e scintillante della trama colpisce soprattutto per la grana della scrittura: precisa e scandita da giri di frase che zampillano su una pagina ritmata e lucida.
Al contrario di quanto di solito succede nel noir – genere letterario così fiero della sua capacità di raccontare le antinomie del mondo e della ragione – Chiudi gli occhi rinuncia fin dalla prima riga a un punto di vista unitario sulle cose, accogliendo in sé personaggi dominati dall’impurità livida della vita; latitanti del cuore che indifferentemente scrivono poesie o guardano la tv al buio, in silenzio, immobili “come grossi ragni”. Uomini e donne che vivono per anni con in tasca la verità su un omicidio di un’ adolescente discutendo di calcio e automobili come nulla fosse: personaggi che stanno al confine delle cose ultime e che vivono con un piede sulla nuvola del Bene e l’altro nella buca del Male, e nonostante questo riescono benissimo a camminare. Chiudi gli occhi in realtà è un invito al lettore, un consiglio per difendersi dalla sassata che sta per arrivargli sulla faccia. Stilos ne ha parlato con Montanari.

D - Vorrei cominciare dal un elemento del paratesto che mi ha molto incuriosito. Perché, come ha scritto nella pagina dei ringraziamenti, “suona melodrammatico dirlo, ma ogni riferimento a persone, fatti o cose è puramente casuale”?
R - Ho già ambientato un romanzo in quello che in realtà è il paese dove sono nato, un borgo di poco più di mille abitanti in Valcamonica. Si trattava della Perfezione, l’anno era il 1994, e benché in quel libro lo scavo sui personaggi e sull’ambiente del Profondo Nord italiano fosse molto meno incisivo che in questo, mi arrivarono telefonate anonime e simili. Stavolta mi sembrava di essere maturo per ricevere una querela, perciò ho preferito tutelarmi!

D - Della tragedia greca Jean-Pierre Vernant ha scritto: “Il dramma portato sulla scena si svolge contemporaneamente a livello dell'esistenza quotidiana, in un tempo umano, opaco, fatto di presenti successivi e limitati, e in un aldilà della vita terrestre, in un tempo divino, onnipresente, che abbraccia ad ogni istante la totalità degli eventi, ora per celarli, ora per scoprirli, ma senza che nulla mai gli sfugga né si perda nell'oblio”. Mi sembra che tra le primissime cose che contraddistinguono il suo romanzo ci sia proprio questa separazione - spaziale più che temporale - tra il fondale luttuoso e violento del paese e il resto del mondo (gli spazi aperti del Canada, una Milano per una volta tanto capitale “normale”, se non morale)…
R - Io ho l’impressione che la provincia sia un luogo più tagliente, più vero, più mitico della città. Nella provincia il senso del corpo è enorme: i bambini guardano animali e uomini fare l’amore e morire, gli sguardi girano fra le case e le strade, desideri e paure sono parossistici. In città posso non sapere niente del mio vicino di pianerottolo, in un paese so se il tizio è gay, se quella donna tradisce suo marito. Davvero la provincia è un palcoscenico privilegiato per la tragedia umana, e il resto del mondo fa da scenario. In questo romanzo, poi, lo spazio è diviso nettamente in tre. C’è il paese; davanti al paese c’è il lago, insondabile e indifferente; dietro il paese c’è la collina boscosa, dove – mi ripeto – si fa l’amore e si muore. O si uccide.

D - Anche Danny, amico di Andrea e personaggio secondario del romanzo, è un milanese doc e, soprattutto, il personaggio migliore del romanzo: parte da qui il riscatto letterario dei grandi centri urbani italiani sui piccoli (e mefitici) paesi della provincia italiana?
R - Sono contento che Danny le abbia fatto un’impressione così forte, visto che su 400 pagine di romanzo ne occupa non più di 10! Danny è un ebreo, uno straniero come tutti i protagonisti del libro: Andrea, ormai più canadese che italiano; i marocchini; il prete ateo don Alfio, estraneo ormai al suo ministero; Dora, l’affascinante ragazza rumena adottata dal poliziotto... I flash che ci arrivano dal suo studio milanese aprono, qua e là, l’atmosfera asfissiante del paese. E poi Danny è un uomo simpatico, l’amico che tutti vorremmo. Un grande scrittore di fantascienza, Orson Scott Card, ha osservato che spesso i romanzieri dimenticano di mettere nei loro libri personaggi simpatici. Ha ragione: la vita è piena di persone simpatiche, non metterle nei libri vuol dire fare un cattivo servizio alla realtà, alla vocazione mimetica che qualunque romanzo ha sempre (anche quelli di fantascienza, non a caso!).

D - L’idea di partenza del romanzo?
R - Un fatto di cronaca di fine anni ’80: una serie di stupri commessi da un uomo molto bello, soprannominato “Joe Codino” per il modo in cui portava i capelli. Era un liutaio, venne arrestato e condannato. All’epoca mi feci alcune domande, del tipo: “Strano mestiere, per uno stupratore! E strano che un uomo così attraente debba usare la violenza per procurarsi il piacere. E se non fosse stato lui? In ogni caso, cosa farà quando uscirà dal carcere e tornerà nel suo paese, dove tutti lo conoscono?” Il protagonista di Chiudi gli occhi, Andrea, è bello come Joe Codino. Lui non torna in paese dal carcere, ma da una sorta di esilio in Canada: questo è un divertente rovesciamento del topos per cui, quando un uomo va in galera, la sua famiglia di solito dice che è all’estero. C’è una situazione del genere anche in Cuore di De Amicis.

D - Che problemi ha avuto – e come li ha risolti – nella disseminazione delle informazioni da passare al lettore in un libro così lungo?
R - Problemi enormi, risolti nell’unico modo possibile: una pianificazione molto precisa, capitolo per capitolo, di ciò che deve o non deve passare al lettore. In effetti questo libro è stato progettato in una ventina di giorni e poi scritto esattamente in 51. Fra aprile e maggio dell’anno scorso, in una specie di delirio, o tornado.

D - In una delle tante storie che Don Alfio, il prete, racconta nel romanzo, c’è una citazione che i suoi lettori riconosceranno con gusto: La perfezione, il suo secondo romanzo, viene raccontato come un fatto di cronaca locale. Un ammiccamento metanarrativo a quelli che la leggono da tempo o qualcosa di diverso?
R - Sì, è anzitutto un accenno metanarrativo, ma anche il progetto di costruire intorno a quei posti un possibile luogo letterario mitico, a cui tornare in libri successivi. Una saga! Vorrei aggiungere che per me il personaggio più affascinante del romanzo è proprio don Alfio. Questo sacerdote ha perduto la fede ed è diventato un narratore: racconta ai suoi compaesani grandi e terribili parabole, piene di malinconia, di dubbio, che si intrecciano con la vicenda stessa del libro in un gioco di rimandi e anticipazioni. E’ giusto che sia così: quando la religione perde il suo contenuto di fede, ridiventa quello che era all’inizio e che sarà per sempre: un insieme di narrazioni, di storie. Le bellissime storie raccontate dai greci e dai romani sono sopravvissute, nella loro essenza narrativa, alla distruzione del loro nucleo di fede, operata dal cristianesimo.

D - Al contrario degli altri suoi libri, in Chiudi gli occhi c’è una maggiore permeabilità alle infiltrazioni della realtà, o meglio, della cronaca: penso soprattutto alle pagine in cui il razzismo degli abitanti – nemmeno tanto strisciante, ma anzi piuttosto sfacciato e violento  - contro la piccolissima comunità di immigrati africani sfocia in tentativi di linciaggio e episodi di boicottaggio che odorano molto di carta di quotidiano. Perché questa scelta?
R - E’ normale che un romanzo catturi la realtà anche cronachistica del tempo che descrive. Non a caso questo accadeva anche nella spirale di ossessione erotica di Che cosa hai fatto, l’unico altro vero romanzo che ho scritto. Gli altri miei libri non contengono romanzi, ma racconti brevi o lunghissimi, a volte racconti di oltre 200 pagine. Il racconto può essere, appunto, parabola, e ignorare il tempo dell’autore, se l’autore decide così.

D - Quali sono i prossimi progetti ai quali sta lavorando (o lavorerà)?
R – Intanto sono felice e grato del successo che questo romanzo sta ottenendo: sono abituato all’affetto della critica, non a quello di un pubblico ampio.
Prima o poi scriverò un libro che parli esplicitamente di Dio, dopo aver fatto finta, finora, di parlare d’altro. Un giorno dissi a Giovanni Testori che ero ateo, e lui scoppiò a ridere e non replicò nemmeno. Molti anni dopo, Camilleri mi definì “un noirista mistico”. Bisogna seguire la propria... vocazione.






7. A Cinzia Fiori del «Corriere della Sera» su come le nuove tecnologie influenzano la lingua con cui comunichiamo. Siamo nel 2004.

1. Se ci spostiamo dalla normale comunicazione a voce faccia a faccia alla telefonata, dalla telefonata alla lettera scritta a mano, da questa alla lettera dattiloscritta, alla mail, all'sms, abbiamo una perdita progressiva di quelli che gli esperti chiamano "tratti soprasegmentali" del linguaggio, ossia tutto quello che non è semplicemente parola. Se sono davanti a un interlocutore uso la mimica, il tono della voce. Se telefono perdo la mimica. Se scrivo perdo il tono della voce, ma in una lettera o mail posso sostituirlo (imperfettamente) con effetti grafici come sottolineatura, tutte maiuscole, grassetto, e aggiungere gli emoticon; inoltre posso dilungarmi a piacimento per esprimere un concetto o un'emozione. Aggiungiamo che se la lettera è scritta a mano la grafia stessa può veicolare l'emotività. Nell'sms ho solo gli emoticon, e non posso dilungarmi. Aumentano gli equivoci e le incomprensioni. L'interpretazione di chi legge diventa molto libera e decisiva.

  2. Più vado verso l'sms, più scrivere è divertente. Il piacere della comunicazione sembra spostarsi dai contenuti (lettera) all'uso stesso del mezzo (cellulare). Il medium diventa davvero il messaggio! McLuhan però coniò quest'espressione riferendosi all'effetto che il medium-messaggio fa su chi lo riceve, mentre ora parliamo dell'effetto che fa su chi si diverte a codificare il messaggio stesso, con le abbreviazioni buffe e creative che questo comporta.

  3. Dal punto di vista della lingua italiana, l'effetto è che si va verso la massima semplificazione e velocità di scrittura. L'esempio principale è il povero "po'". A scrivere "po'" con il cellulare, usando correttamente l'apostrofo, ci si mette più del doppio del tempo rispetto a scrivere "pò" con l'accento. Già su certi media (per esempio "Donna", di Daria Bignardi) si vede adottato "pò" con l'accento.




8. Questa intervista a Mariano Sabatini è stata realizzata in un primo tempo per la sua rubrica “Processi creativi”, per il quotidiano «.COM». In seguito Sabatini ha raccolto tutte le interviste che aveva realizzato, ponendo domande identiche a diversi scrittori, nel suo bel libro Trucchi d’autore, Nutrimenti 2005. La versione che leggete qui è la prima, senza editing. Ringrazio Mariano per avermi permesso di riportarla.

1.Come è nato La verità bugiarda?
Credo che sia nato dal fatto che mi sono fidanzato con una tedesca, una ragazza di Monaco che vive a Berlino. E’ molto interessante e sorprendente osservare come ci vedono gli stranieri, che idea hanno di noi. Da qui è nato il primo concetto del libro: la storia di un meticcio, un italotedesco che vive sospeso fra due mondi, anzi tre. Questo mi ha consentito di inserire nel libro uno sguardo su Milano molto particolare, vergine. Chris nota cose che un italiano, soprattutto un milanese, non noterebbe. La trama noir è venuta dopo, a partire dal personaggio.

2.In genere quante ricerche fa prima di mettersi a scrivere?
Uno scrittore ha il dovere di non essere un cialtrone. Deve documentarsi sugli aspetti materiali del mondo che mette al centro della narrazione. Se parlo di un idraulico devo sapere tutto del mestiere che fa; poi non è detto che si metta tutto nel libro, anzi. Il lavoro di preparazione va fatto in un’ottica di spreco, sapendo che molte cose andranno lasciate fuori dal libro. Eppure anche da fuori si faranno sentire, in qualche modo.

3.La realtà in che modo ti influenza?
Il libro è come il sogno. Il sogno prende pezzi di realtà e li dispone in un modo sorprendente e nuovo.

4.Quando lavora di preferenza?
Ogni anno, a marzo programmo il romanzo, faccio una scaletta di tutti i capitoli, preparo i personaggi. Comincio a scrivere il primo di aprile, finisco a metà maggio. Ad agosto rivedo il tutto. Ore del giorno: tutte, ma non il mattino presto o la sera tardi. L’ora magica forse va dalle cinque alle otto di pomeriggio.

5.Il suo studio com’è?
E’ molto ascetico. Due librerie, una nera e una bianca, tutti i libri divisi e in ordine alfabetico. Impianto stereo e musica dal momento in cui mi sveglio a quello in cui mi addormento.

6.Il tavolo?
E’ nero. Non è una scrivania, ma proprio un tavolo.

7.Macchina per scrivere o computer?
Computer portatile.

8.La tecnologia aiuta la creatività? In che modo?
Immensamente. E’ più facile e veloce scrivere, ed è particolarmente facile correggere, fare ricerche interne a un testo (per esempio andare a cercare le ripetizioni, le ricorrenze di una certa parola).

9.Fa delle pause quando scrive? (si alza, passeggia, fa altro… per qualche minuto?)
Mah, direi di no. Cerco di fare delle tirate lunghe e concentrate. Vedi però la risposta alla domanda successiva.

10.Sfizi, generi di conforto? (caramelle, bevande…)
Il sesso viene considerato uno sfizio?

11.Sbirciatine alla tv? (mentre scrive per sapere cosa accade nel mondo…)
Non mentre scrivo.

12.Musica di sottofondo? (mentre scrive)
Soprattutto classica contemporanea, elettronica e jazz. C’è una musica per ogni momento, direi per ogni pagina.

13.Il telefono e il cellulare? (mentre scrive, spenti, accesi?)
Accesi. E comunque il portalettere citofona sempre a me, non so perché.

14.Le idee migliori dove nascono? C’è un modo per evocarle e favorirle?
Musil ha detto: fra un cane, che cerca di passare per una porta socchiusa con un osso in bocca, e uno scienziato o uno scrittore che cercano un’idea non c’è differenza: prova e riprova, l’osso passa dalla porta e l’idea viene.

15.Disciplina o ispirazione? (cosa serve di più?)
Prese singolarmente sono tutte e due necessarie ma non sufficienti.

16.La creatività si esaurisce?
Per me no.

17.Blocchi, incubo della pagina bianca?
Mai. Basta tenere il laboratorio sempre aperto. Se vai in crisi puoi recuperare un vecchio appunto, una pagina tagliata da un altro libro... Dovresti sempre avere un po’ di grezzi semilavorati nella tua officina, spostarti dall’uno all’altro.

18.Ha mai buttato nel secchio un libro finito?
Mai, ma temo che dovrò farlo con un romanzo erotico scritto dieci anni fa, che non piace proprio a nessuno e da tempo non piace più neanche a me. Poco male.

19.Per scrivere serve fare altro, portare alla scrittura altre esperienze professionali?
Sicuramente sì. Direi che serve perlomeno aver fatto altro: nel mio caso il pubblicitario nella tremenda e gloriosa “Milano da bere” degli anni ’80. Se non avessi lavorato un anno e mezzo in un’agenzia non saprei niente della vita vera delle persone che si alzano al mattino e vanno in un posto che non è casa loro, a interagire con colleghi che non si sono scelte loro.

20.La carta per gli appunti? Di che tipo?
Qualunque, altrimenti non sono appunti.

21.Le penne?
Quello che ho sottomano. Le vecchie bic, magari.

22.Libri per ispirarsi? (legge i libri degli altri quando lavora a un suo romanzo?)
Questa è una domanda importante, perché la scrittura degli altri entra sempre nella tua, non c’è scampo. Avendo programmato il libro (a marzo!), mi organizzo in modo che quando comincio a scrivere (ad aprile) mi trovo intanto a leggere qualcosa di congeniale al progetto a cui sto lavorando.

23.Verso quale scrittore prova invidia?
Franz Kafka. Non era uno scrittore, era Dio. Ogni singola riga di Kafka è preziosa, non puoi buttare via niente. L’inizio di un suo racconto: “Ero un ponte. Stavo sospeso sopra un abisso.” Mi vengono i brividi ogni volta.

24.A cosa sta lavorando?
E’ giugno, per cui sto facendo un po’ di racconti e articoli su commissione, in attesa di riprendere ad agosto il romanzo scritto fra aprile e maggio.

25.Metodo di scrittura? (Prende appunti, dopo quanto si mette a scrivere, e poi lo fa di getto, lentamente… spieghi bene tutto l’iter.)
Un mese di appunti con la massima definizione possibile delle scene, come se dovessi girare un film. Poi un capitolo al giorno, se è possibile. Libera uscita, conforto e ricreazione solo quando me li sono meritati, altrimenti a letto senza cena. Da solo.

26.Quante pagine produce in un giorno?
Una decina, in media.

27.Scrivere è faticoso?
Tutti i lavori lo sono. Più che faticoso direi che può essere molto doloroso.
[Nota fatta ora, 2006: mi ha colpito moltissimo, leggendo in seguito il libro di Mariano, il fatto di essere stato l’unico fra tutti gli autori intervistati a dire una cosa del genere. Gli altri hanno accettato il tema della “fatica”, dicendo o di far fatica a scrivere o di non farne per nulla. Al concetto di dolore aggiungerei ora quello di difficoltà. Scrivere è più doloroso e difficile di altri lavori, non più faticoso]

28.Scrittori si nasce o si diventa?
Uno nasce con la voglia e le capacità per diventarlo.

29.Chi legge per primo i suoi scritti quando è arrivato il momento?
Una volta avrei risposto: un collega dei cui giudizi mi fido, come Tiziano Scarpa. Adesso dipende. E’ più facile che sia il mio editor.

30.Lo stile? (cosa le preme di più rileggendo una pagina, su cosa interviene di più…)
Massima trasparenza della lingua. La lingua non deve soverchiare i fatti ma mettersi al loro servizio.

31.Tagli? (come si regola, cosa toglie, e con quale stato d’animo… )
Quando rileggo, ogni singola parola deve dimostrarmi di avere diritto di stare sulla pagina, se no via! Sorvegliati speciali: aggettivi e avverbi, che sono i colori della frase, mentre sostantivi e verbi ne sono le linee. Mi è capitato di tagliare in modo così radicale da portare un libro (Chiudi gli occhi, 2004) a 390 pagine dalle 470 della prima stesura. E’ più raro che debba tagliare pagine intere, perché tutto è già programmato in anticipo.

32.La correzione delle bozze che momento è? Interviene molto?
Per me non è un momento drammatico. Di solito se consegno un testo è perché lo considero a posto, anche redazionalmente.

33.Accetta i consigli dell’editore? (Un esempio.)
L’editore deve fare il suo mestiere, cioè vendere i libri, e io accetto tutti i consigli che possono metterlo in condizioni di vendere, senza snaturare il libro stesso. I consigli migliori sono quelli “strategici”. Prima di scrivere Chiudi gli occhi, citato sopra, ho chiesto al mio editore se gli sembrava il momento di provare a fare 100 pagine perfette o 400 imperfette. Lui ha risposto: meglio la seconda ipotesi. Se poi ti vengono perfette...

34.I critici? (Con che animo legge le recensioni? Cosa hanno scritto di lei che l’ha stupita, lusingata o offesa.)
Nessuno mi ha mai offeso. Ho la fortuna di avere sempre avuto ottime recensioni, con una bizzarria: ogni mio libro ha avuto una sola, ma severa, stroncatura. La cosa che mi spiace di più è l’incasellamento nel genere noir, ma capisco che è un’esigenza, serve a dare al pubblico una prima idea di massima. Ho enorme rispetto per il noir, ma io non scrivo noir, forse anche perché non ne sarei capace.

35.I suoi lettori? (Cosa le dicono?)
Sono molto affettuosi. Sono il tipo di autore che chiamano di nicchia o di culto, è molto bello. Si incontrano ai reading o su Internet. E’ nato anche qualche amore.

36.E’ stato difficile arrivare a farsi pubblicare?
Sì, anche perché ho esordito nel 91 e allora era davvero dura. Il mio primo romanzo l’avevo scritto nell’88: tre anni per poterlo pubblicare.

37.Quanti rifiuti ha ricevuto?
Tantissimi, anche di recente, perché il mio stile è classico ma le tematiche sono molto disturbanti. Racconto storie terribili con un tono di voce compassato, un po’ anglosassone.

38.Si è mai scoraggiato?
Certo. Lacrime e oggetti spaccati.

39.Che consigli darebbe a un giovane che voglia fare lo scrittore?
Gli consiglierei di leggere molto. La scrittura nasce dalla lettura, ma è incredibile quanta gente scriva senza leggere o leggendo poco e male. Quando ha scritto qualcosa che può avere la lunghezza e l’aspetto di un libro, forse la cosa migliore è darlo a un agente letterario. Accorcia i tempi ed è preciso nel giudizio.

40.Le scuole di scrittura servono?
La mia qui a Milano, ad Archivi del ‘900, sì; per le altre non garantisco! Scherzi a parte, ovviamente si sono sempre scritti libri belli e splendidi senza che ci fossero le scuole. Le scuole buone rendono molto veloce una certa maturazione tecnica; si possono risparmiare anche 10 anni di tentativi, se si trova subito la voce giusta.






9. Ed eccoci al 2006. Questa è una delle interviste più belle che mi siano mai state fatte: merito delle domande intelligenti di Jacopo Guerriero. E’ uscita sul mensile di cultura cattolica «Jesus», numero di ottobre.

D - Cominciamo a discorrere a partire dal titolo del tuo ultimo lavoro. Perché L’esistenza di dio? Non sembra esserci un filo diretto con la trama e il senso della storia che racconti…
R - Il protagonista del romanzo, Adriano, vive una situazione in cui il richiamo a Dio è costante. Intanto la sua stessa storia, vista dall’alto, ha contorni talmente tragici da suggerire spontaneamente una riflessione sulla presenza o assenza di Dio nelle vicende umane. Poi, guardando più da vicino, ci sono nel libro moltissimi risvolti legati alla fede. Più volte Adriano entra in chiese immancabilmente deserte, per cercare una pausa di serenità e raccoglimento che però non si realizza: dopo pochi minuti è sempre costretto a uscire da una sensazione di angoscia, l’urgenza fisica di quella che lui chiama “una domanda senza risposta”. La fede di Adriano è direttamente messa in gioco quando, durante una conversazione con amici, quasi per scherzo propone una prova dell’esistenza di Dio totalmente inedita, una sorta di corto circuito logico, molto sorprendente per il lettore, che da solo basterebbe a giustificare il titolo del libro. Oltre a questo, una delle scene più toccanti del romanzo descrive la crisi esistenziale di un prete al capezzale di una moribonda; al contrario, una delle più divertenti ha per protagonista un regista teatrale d’avanguardia che lavora a uno spettacolo intitolato Bibbia Remix, il cui presupposto è che la Bibbia sia stata scritta dal diavolo.

D - Prima di questo lavoro quali sono state le tue opere in cui la ricerca su Dio è stata maggiormente presente? Raccontami dei tuoi personaggi che ti sembrano più rappresentativi in merito..
R - Sinceramente, credo di non essermi mai occupato d’altro. Continuo a raccontare ossessivamente storie molto varie per struttura, ambientazione, personaggi, in cui però la “domanda senza risposta” è il Leitmotiv non solo esistenziale ma anche narrativo. Un grande critico, Pietro Citati, ha detto una volta che non gli interessavano libri che non parlassero, direttamente o indirettamente, di Dio. Per me vale lo stesso, sia come scrittore che come lettore.

D - Cosa differenzia, poi, L’esistenza di dio dagli altri lavori?
R - E’ un romanzo in cui l’aspetto introspettivo risulta preponderante rispetto all’azione. Anche se, come sempre nelle storie che racconto, succedono molte cose, la sensazione è che la partita vera si giochi tutta nella coscienza e nell’anima del protagonista. Il fatto che la vicenda sia raccontata dal suo punto di vista, con la tecnica dell’io narrante, accentua questa sensazione.

D - Credi in una forza etica della scrittura?
R - Se la scrittura non è etica non è scrittura. Non c’è scrittore che non aspiri anzitutto ad afferrare il mondo con il suo sguardo, poi a cambiarlo per quanto è possibile. E i libri hanno sempre cambiato il mondo e lo cambiano ancora oggi. Basta vedere, in un’epoca di grande personalizzazione della politica, quanto la cultura (o l’incultura) personale influenzi l’agire di chi ci governa e amministra, e quindi in ultima analisi l’organizzazione della società e le vite di tutti.

D - Tu sei un grande umanista. Ti sembra ci sia un legame tra le difficoltà che vive oggi la chiesa e le difficoltà che vive l’umanesimo come eredità (mi sembra decisamente in crisi nelle nuove generazioni..)
R - Questa è una bellissima domanda, anzi direi che è già una risposta. La predicazione della chiesa e gli ideali dell’umanesimo laico, sebbene in certi periodi storici siano entrati in collisione, si assomigliano in questo: nella fiducia che l’uomo, una volta che conosca il bene, non potrà fare a meno di praticarlo. Tutta la dialettica di Socrate, per esempio, tende ad affermare questo concetto. Questo rapporto fra conoscenza e prassi, che si sintetizza nell’ideale greco della paideia (l’educazione che produce virtù e buoni comportamenti) oggi è in crisi. Assistiamo a una moltiplicazione di conoscenze che non producono effetti etici perché sono principalmente di tipo tecnico e funzionale: ai ragazzi vengono insegnati moltissimi linguaggi (le lingue straniere, l’informatica, il linguaggio audiovisivo che per esempio nei videoclip musicali è avanzatissimo) la cui acquisizione e il cui costante aggiornamento sembrano così stressanti da impedire la riflessione critica, la vera creatività e la costruzione di un sistema etico personale. Aggiungi la diffusione della cultura del “facile”, per cui fare fatica per arrivare a un risultato magari non tangibile, non traducibile in gratificazioni immediate, pare sempre meno motivato.

D - Andiamo ancora più in profondità. Oggi che rapporto hai con la fede? Al di là dei tuoi libri, come uomo…
R - E’ molto semplice. Fino a quattordici anni credevo, poi ho perso la fede. Quando credevo, pensavo pochissimo a Dio; da quando non credo più, Dio mi ossessiona. Ho la sensazione che avere fede sia un ottimo modo per togliersi dalla testa il problema di Dio. Non è solo questo, naturalmente!

D - Tra i tuoi maestri c’è stato Testori . Raccontami qualcosa di lui, ti chiedo un suo ricordo…
R - Te ne racconto uno dolcissimo, divertente e molto in tema. Stavamo passeggiando per le strade di un quartiere della vecchia Milano e a un certo punto, nel parlare, gli ho detto: “...perché, capisci, io sono ateo”. Testori è scoppiato in una gran risata, una risata molto di pancia, spontanea, come se avessi fatto una battuta di spirito, e non ha risposto, non si è nemmeno voltato a guardarmi. Questa risata non la dimenticherò mai. Mi commuove ancora.

D - A proposito di scrittori lombardi: nei tuoi libri ci sono molte costanti (ne dico solo due: il lago come metafora, la pioggia finale e risolutiva). C’è una derivazione manzoniana nel tuo lavoro?
R - Ma certo! L’antipatia per Manzoni è un atteggiamento che si può giustificare finché uno va a scuola e si ritrova I promessi sposi come un testo che è obbligatorio leggere e studiare, spesso in modo pedante. Ma quando la scuola te la lasci dietro e puoi riprendere in mano quel libro e leggerlo con divertimento, abbandonarti alla gioia della narrazione, alla visionarietà, alla straordinaria psicologia delle situazioni che Manzoni possiede, lo riscopri subito. Ancora Testori mi fece un complimento meraviglioso, sempre quel giorno, dicendomi: nei tuoi racconti c’è il cielo del Manzoni.

D - Proseguendo: in che modo possono essere popolari i tuoi libri?
R - Sono popolari se vengono letti da molte persone, se invadono la vita di molte persone. Borroughs diceva che la scrittura è un virus, un contagio. Tutti gli scrittori desiderano essere letti moltissimo, vedere amplificata la propria voce in modo che raggiunga tutti o quasi tutti. La differenza fra lo scrittore artisticamente onesto e gli altri sta nel fatto che il primo non fa nulla per compiacere i gusti del pubblico, non si sforza di scrivere libri che funzionino, ma semplicemente, nei limiti delle sue capacità, libri belli.

D - Veniamo ora più specificamente a l’esistenza di dio. E’ giusto dire che è impostato secondo lo schema classico della tragedia? Liberamente riassumi un po’ quelle che ti sembrano le linee maggiori di sviluppo dell’opera…
R - Sì, è una tragedia in senso classico. E’ la storia di quest’uomo, Adriano, che tre volte nella sua vita è posto di fronte a scelte drammatiche, che comportano un grado molto alto di rischio e sacrificio personale; tutte e tre le volte lui sceglie bene, seguendo la voce dalla coscienza, della speranza, e tutte e tre le volte sembra che il destino si accanisca a punire queste sue scelte invece di ripagarle, rendendo quindi il suo sacrificio ancora più puro e ammirevole. La cosa più importante è che Adriano non è affatto un eroe: è una persona simpatica ma piena di meschinità e debolezze, che vengono tutte riscattate in questi momenti alti. Sono convinto che questo valga per tutti noi: siamo tutti piccoli nelle cose piccole e grandi nelle cose grandi.

D - Riconosci il problema della teodicea come una costante nel tuo lavoro e forse come il nocciolo indigesto, qualcosa che ti allontana dalla fede?
R - Ti sembrerà strano, ma ho sempre trovato la teodicea un problema interessantissimo dal punto di vista filosofico e teologico, ma di nessun impatto sul mio personale rapporto con la fede. Non ho bisogno di giustificare Dio per il male che vedo nel mondo, semplicemente perché io non mi aspetto che Dio sia buono: mi aspetto solo che esista. Non ho perso la fede perché ho messo in dubbio la sua bontà e soccorrevolezza, ma perché ho messo in dubbio la sua esistenza.






10 Un'intervista divertente a Paolo Cacciolati per il blog di Giulio Mozzi, "Vibrisse". Occasione, l'uscita della raccolta di racconti E' di moda la morte.

D - Hai esordito nel 1991 con Il buio divora la strada, definito come romanzo giallo, esci nel 1994 con un altro giallo-triller, La Perfezione, passando poi a opere definite come la negazione del giallo, v. ad es. Sei tu l'assassino del 1997, con intermezzi sulla poesia, come per Covers, con Aldo Nove e Tiziano Scarpa, fino al romanzo più recente, L'esistenza di Dio, 2006, a proposito del quale hai detto: "un romanzo in cui l'aspetto introspettivo risulta preponderante rispetto all'azione." Ti definisci una autore poliedrico? Stai seguendo una precisa parabola evoluzionistica? O hai le idee confuse?
R - Sei sicuro di essere Cacciolati e non Vergassola? Scherzi a parte, la parabola è chiarissima. Io vengo dalla narrativa pura, chiamiamola così. A fine anni '80, dopo aver letto Duerrenmatt, Borges e Graham Greene, mi è sembrato interessante usare il contenitore del noir per provare a dire cose complesse in modo attraente e narrativamente compiuto, diciamo epico, senza prediche. All'epoca, eravamo in quattro gatti a farlo, ma proprio quattro di numero. La mia vecchia vocazione non noirista era evidente nei lavori di traduzione letteraria, nelle poesie, nei testi teatrali. Poi, man mano che l'adozione di moduli della narrativa di suspense (si scrive così) è diventata la scelta automatica di molti autori alle prime armi, svuotandosi della sua carica innovativa, io e altri abbiamo cominciato a trovare il gioco sempre meno interessante.

D - Sempre a proposito dei tuoi romanzi, critici illuminati proclamano che hai contribuito al superamento del genere, che hai liberato il noir italiano dalla gabbia del genere, robe così. Eppure, al di là dei peana su commistioni&travalicamenti, com'è che il giallo, il noir, continua ad essere il figlio prediletto dell'editoria nostrana?
R - Perché dicono che venda. Ma sbagliano. Dovrebbero invece dire che l'adozione automatica del giallo noir rappresenta la certificazione di un processo tristissimo: la derubricazione della letteratura come sottogenere dell'entertainment. Si produce entertainment per un pubblico che può scegliere, di sera in sera, di momento in momento, un cd, un videogioco, un filmetto, un fumetto, una fiction televisiva, un romanzo, un giro su internet, senza che il romanzo abbia la potenza e il valore differenziale che nasce dal rapporto con un'esperienza abissale come quella artistica. Non so se l'hai notato, ma i romanzieri sono quasi imbarazzati a definirsi "artisti", un imbarazzo non condiviso da Lorella Cuccarini e Moira Orfei.

D - E' appena uscita una tua raccolta di racconti, E' di moda la morte, (Perrone). Perché una serie di racconti piuttosto che un unico romanzo sul tema? In un racconto, cosa c'è di più e di meno rispetto a un romanzo?
R - Quando uno scrittore pubblica sia racconti sia romanzi, la sua vera voce è nei racconti. Il racconto è il genere narrativo perfetto perché determina da sé il suo formato. Nel racconto non c'è nulla di obbligato. Non ci sono scene di raccordo, non c'è il problema della gestione delle informazioni da passare gradualmente al lettore. Non c'è tessuto connettivo, è tutta materia nobile, muscoli e nervi.

D - Passiamo a una domanda classica. Scrivere è un "lavoro" sedentario. A rischio pancetta. Qual è la dieta ideale di uno scrittore?
R - Scopare molto. Io scopo anche per terra, faccio da solo le pulizie in casa mia perché le donne di servizio scappano appena vedono cosa c'è sotto il letto.

D - Bene. Altro domandone tradizionale. Scrivere è un'attività solitaria. Complica i rapporti con il partner dell'oroscopo. E' vero che gli scrittori sono una categoria a forte rischio di abbandono?
R - Vedi risposta precedente.

D - C'è una robusta mitopoiesi sul rapporto tra scrittore e alcool/droghe. Hai mai scritto da ubriaco?
R - Sì, una volta; avevo bevuto mezza bottiglia di limoncello. C'è da dire che la scrittura narrativa consta di almeno due momenti distinti: un'esplosione creativa iniziale, che produce la prima stesura del testo, e una revisione (o più revisioni) successiva. Nella prima prevale lo scatenamento dionisiaco, l'energia, e tutto quello che può agevolare questa deflagrazione è ammesso; nel mio caso uso la musica. Nella seconda si deve essere invece autocritici e analitici, occorre la massima lucidità.

D - Veniamo a un argomento rimpallato di recente su alcune pagine culturali. E' vero che ormai l'editor predomina sullo scrittore? Hai notizia di editor che impongono agli esordienti stili uniformi di scrittura?
R - Mai sentito niente di simile e mai successo a me o a gente che conosco io. Suppongo che possa capitare a qualche scrittorucolo alle prime armi.

D - Cosa funziona e cosa no nel nostro sistema editoriale?
R - Due cose non funzionano di sicuro. Una è la dipendenza sempre più passiva dal mercato; un grande editore tedesco l'ha sintetizzata così: "Una volta si pubblicava un libro bello e si sperava che andasse bene; adesso si pubblica un libro che quasi sicuramente andrà bene e ci si augura che sia anche bello". Poi c'è un problema nel rapporto con la distribuzione, per cui solo pochissime case editrici maggiori sono ragionevolmente sicure di essere presenti in modo capillare, per esempio in provincia. Spesso nemmeno loro! Per il resto, ogni casa editrice ha pregi e difetti personalizzati. C'è quella che ha un'ottima immagine ma è debole nel commerciale, per cui ammazza i libri con tirature sbagliate e ristampe tardive; quella che è aggressiva e incisiva a livello di ufficio stampa ma fa copertine orrende o prezzi troppo alti; quella che dialoga solo con tre autori di punta e sostanzialmente ignora tutti gli altri, eccetera.

D - Va di moda attaccare le scuole di scrittura creativa. Tu che ne hai fondata una, mica vuoi diventare un cineasta? O vendere in edicola pratiche dispense con i tuoi consigli?
R - Ho risposto molte volte a questa domanda. Sintetizzo così: non si capisce perché si ritenga necessario fare un apprendistato/discepolato per qualsiasi linguaggio artistico e non per quello letterario. Qualsiasi scrittura letteraria nasce da un processo di maturazione che può essere come minimo accelerato (quando non favorito, indirizzato, aiutato in modo decisivo) dalla presenza di uno scrittore che ti aiuti con la sua esperienza. Aggiungo che solo scrittori e editor dovrebbero tenere questi corsi, gli altri docenti improvvisati possono essere competentissimi in narratologia ma sono come allenatori di calcio che non abbiano mai giocato una partita.

D - Hai mai consigliato a un tuo allievo di dedicarsi alla playstation? Se non l'hai ancora fatto, quale indizio ti porterebbe a farlo?
R - Lo faccio continuamente. Sono severo e selettivo, è un mio dovere visto che si scrivono e, quel che è più grave, si pubblicano già abbastanza libri di merda. L'indizio è l'incapacità di correggersi.

D - E' vero che molti sono interessati a pubblicare, più che a scrivere?
R - Altroché.

D - Un tuo (s)consiglio a uno scrittore esordiente.
R - Cito quello che Borges padre diede a Borges figlio: leggere moltissimo, scrivere moltissimo, stracciare moltissimo, pubblicare tardissimo. (Quando lo riferii al mio, di padre, che diversamente dall'argentino aveva passato la vita a tirare la cinghia, aggiunse sarcasticamente che io avrei anche dovuto ricordarmi di mangiare pochissimo, nel frattempo.)

D - Quanto è potente il volano della Rete per uno scrittore?
R - Secondo me poco, ma posso sbagliarmi.

D - Altro bersaglio di continui strali: i concorsi letterari. Sono tutti opera del demonio?
R - Al contrario. Sono un ottimo crocevia fra talenti che sbocciano e scrittori o editor o critici che scartabellano controvoglia un racconto dopo l'altro e improvvisamente si fermano, abbassano la musica, socchiudono gli occhi e pensano: Cazzo, questo qua è bravo davvero. E' successo anche a me con te, no? I concorsi per esordienti sono il meglio, servono davvero a qualcosa. Sugli altri, specie i maggiori, i dubbi sono legittimi.

D - C'è chi inizia a scrivere per far colpo sulla vicina di banco, chi perché non ha uno straccio d'amico a cui raccontare i propri magoni. Per te qual è stata la molla?
R - Volevo imitare gli scrittori che mi piacevano, come Poe, Kafka, Mann, Calvino, Buzzati.

D - Preferisci usare la prima o la terza persona? Tempo presente o imperfetto?
R - Ogni storia detta la sua propria scrittura.

D - In un' intervista hai dichiarato che scrivere è doloroso. Sono d'accordo, ma non riesco a spiegarmelo. Vuoi provare a esplicitarlo?
R - Non c'è scrittura che, per quanto si sforzi di essere oggettiva, non comporti l'autosmembramento dell'autore, il suo tirar fuori pezzi di sé. Di solito fa male. La scrittura, in questo, somiglia stranamente al body building. Di solito si pensa che il nemico del body builder sia la fatica, ma non è così: la fatica, il sudore, il fiatone, sono tipici di chi corre o fa ginnastica leggera. Il nemico del body builder è il dolore, perché i muscoli contratti in apnea fanno un male bestia. Anche scrivere è così. Naturalmente non mi sto riferendo a scritture di routine.

D - Ho capito (forse) il titolo del tuo romanzo La Perfezione solo leggendo l'ultima riga. In base a che cosa scegli un titolo? Ti è capitato di cambiarlo molte volte prima della versione definitiva? Ti è mai stato imposto un titolo?
R - Nessuno mi ha mai imposto niente, né un titolo né una copertina. Basta abituarsi a dire di no subito, fin dal primo libro, e non subire per poi lagnarsi. Per il resto, a me i titoli vengono dopo aver scritto le storie; ad altri prima o durante. Ogni tanto faccio elenchi di titoli così, in astratto, con l'idea di usarli prima o poi - e in effetti è sempre capitato. E' un trucco rubato a Henry James.

D - Cosa ti è passato per la testa quando hai ricevuto dall'editore la copia del tuo primo libro?
R - Quella volta ero felice. Al secondo libro ero contento. A partire dal terzo è subentrata un vago, benevolo e transitorio senso di armonia col mondo. Attualmente non me ne frega più nulla e non vado mai in libreria per vedermi esposto, pratica patetica che gli scrittori coltivano senza sapere che i librai spesso li riconoscono e ridono di loro.

D - Perché l'esordiente, specie quando pubblicato da un editore importante, tende ad assumere quell'aria così consapevole di sé?
R - Perché non c'è nessuna differenza fra uno scrittore che pubblica il suo primo libro, un calciatore semianalfabeta che fa gol e uno stronzo che mente a una ragazza per portarla a letto e poi raccontare tutto agli amici. Sono stati di euforica imbecillità che nel migliore dei casi lasciano un senso di vuoto, nel peggiore perdurano e si rinnovano. Il fatto che lo scrittore lavori con la parola, le idee e l'intelligenza non fa nessuna differenza: è un animale come tutti gli altri, spaventato, ingordo e vanitoso, curvo sotto l'ingombro dell'io.

D - Quando chiedono a uno scrittore italiano che libri legge, questo di solito si guarda bene dal citare altri autori italiani contemporanei. Anche tu leggi solo classici e Premi Nobel stranieri?
R - I premi Nobel stranieri non li leggo quasi mai. I classici sì, anche perché classicista lo sono per formazione. In un anno riesco a leggere una settantina di libri, più o meno divisi a metà fra classici e contemporanei. Gli italiani mi piacciono e molti sono diventati, per stima reciproca, miei amici.
D - Con quale romanzo Raul Montanari si appresta a vincere streghe e pulizzeri?
R - Con quello che avrò scritto per un editore a cui tocchi proprio quell'anno il suo turno.

D - Grazie Raul, l'intervista è finita. Dì ancora qualcosa che non so come chiudere.
R - Moriremo tutti. Perfino io, anche se non riesco ad abituarmi all'idea.






11 Alla bravissima Grazia Casagrande per Wuz, all'uscita di Strane cose, domani.

D - Parliamo prima di tutto del tuo "Strane cose, domani": mi sembra che, anche se il protagonista è un assassino, non sia proprio un giallo...
R - Guarda, io sto provando in tutti i modi a togliermi questa etichetta fuorviante di autore giallo-noir. Nella mia vita ho pubblicato, alla fine del 2009, dieci romanzi, di cui solo due noir ('97 e '98). Più, come sai, oltre cento racconti, il libro di poesie con Scarpa e Nove campione assoluto di vendite per la "collezione di poesia" Einaudi, testi teatrali, circa trenta traduzioni letterarie inclusive di quattro Cormac McCarthy, Oscar Wilde, Borges, Philip Roth, James Frazer, Allan Gurganus, traduzione e curatela quest'anno delle poesie di Poe per i Classici Feltrinelli, l'Edipo Re e Edipo a Colono di Sofocle attualmente portati in tour da Branciaroli, il Tieste di Seneca, il Macbeth, Doppio sogno di Schnitzler eccetera. Che c'entra tutto questo con il noir, o addirittura con il giallo? Oltre a ciò ho da undici anni una scuola di scrittura creativa dalla quale non è uscito un solo noirista! Sono stati in vario modo miei allievi Gaia Manzini e Luca Ricci, due giovani maestri della narrativa psicologica e minimalista; Anna Spissu che ha pubblicato un romanzo storico con Corbaccio; Valentina Maran che ha scritto a mio avviso l'unico vero romanzo erotico femminile visto in Italia da decenni, L'uomo che mi lava; il collettivo Zelda Zeta, con il romanzo sociale Voice Center; Olivia Crosio, edita da Fanucci con i suoi libri di narrativa per adolescenti, e altri ancora. Con tutto questo, vengo comunemente definito "autore noir" e addirittura "giallista"! Non è un po' strano? Per me è rovinoso, perché dire che i miei libri sono noir significa fare una promessa sbagliata al pubblico. Il risultato è che il vero appassionato di narrativa poliziesca rimarrà deluso dalla lettura, perché rispetto ai suoi gusti troverà le storie troppo lente e con troppa introspezione psicologica dei personaggi. Al contrario, un grande pubblico potenziale soprattutto di lettrici, interessate proprio all'elemento psicologico, all'analisi dei sentimenti, delle emozioni, delle relazioni fra le persone, non si avvicina ai miei libri perché - come mi è capitato di sentir dire - si aspetta che contengano "assassini ed efferatezze"! Quando poi, per sbaglio, i miei libri li prendono in mano, rimangono sorprese e di solito finiscono per leggerli tutti. Per uscire da questa situazione assurda ho addirittura proposto un nuovo genere, il post-noir, che ha raccolto molto interesse critico. L'idea è: si usano tecniche tipiche della narrativa di suspense per avvincere il lettore e incollarlo alla pagina, ma senza detective e omicidi a cadenza metronomica. Lo si fa per raccontare storie che con il genere poliziesco-criminale non hanno niente a che fare, perché l'interesse del narratore (e del lettore) sta altrove. Per esempio, facendo riferimento ad alcuni dei miei titoli recenti: Che cosa hai fatto e L'esistenza di dio sono romanzi esistenziali. La prima notte è un romanzo di formazione con protagonista femminile. E Strane cose, domani è un romanzo psicologico. O, più semplicemente, una storia d'amore. Il fatto che il protagonista sia un assassino conta poco o nulla, perché è un assassino per caso, incolpevole, e i fatti risalgono a molto tempo prima della storia che viene raccontata.

D - Protagonista, personaggi e storia sono molto interessanti: da dove nascono?
R - Strane cose, domani nasce da un fatto vero: due anni fa, in una giornata di pioggia, ho trovato su una panchina di parco Sempione il diario di una ragazza, Federica. Conteneva frammenti di una storia personale lacerante, che mi ha colpito moltissimo. L'ho cercata e incontrata. Lei mi ha confessato che il diario non era stato perduto, come immaginavo io, ma deliberatamente abbandonato, per liberarsi in forma simbolica dei dolori che lì erano raccontati. Non solo: quel giorno nel parco aveva abbandonato non uno ma SETTE diari! Appena me l'ha detto ho immaginato: e se io mi innamorassi di lei? E se un altro uomo, a mia insaputa, avesse trovato a sua volta uno dei diari e si innamorasse pure lui di Federica? Potrebbe cominciare una sorta di partita a scacchi fra due avversari invisibili, che si contendono l'amore di Federica senza sapere nulla l'uno dell'altro. Finché piano piano ciascuno dei due comincia a percepire questa presenza estranea e ostile... e il gioco diventa drammatico. Da lì è partito tutto. E' una delle storie più belle che ho mai raccontato, e pare che anche critica e pubblico la pensino così. E' in corso di scrittura la sceneggiatura.

D - Quali sono i "valori" su cui si fondano le scelte del protagonista?
R - L'io narrante del libro, lo psicologo 48enne Danio, è un concentrato di vizi maschili. E' un bugiardo, un traditore inveterato, assolutamente inaffidabile perché troppo innamorato delle donne per poter essere fedele a una donna sola. Eppure il personaggio è risultato incredibilmente simpatico proprio al pubblico femminile, perché questi difetti sono bilanciati da altrettante qualità - che poi sono i valori a cui fai riferimento con la tua domanda. Anzitutto Danio è intelligente ed è davvero, come diceva Alberto Bevilacqua, un "curioso delle donne". E' un uomo pieno di humour che sa ascoltare e capire con umiltà chi gli è di fronte, e la sua professione è una conseguenza proprio di questa attitudine. In secondo luogo Danio mente agli altri, ma mai a se stesso. Quando Danio mente o tradisce, dice a se stesso (e al lettore): "Sto mentendo. Sto tradendo". Danio non fa quello come un sacco di gente che conosciamo, cioè non aiuta se stesso ad accettare certi lati odiosi del proprio comportamento travestendoli da qualcos'altro. Come dice la sua ex moglie, la donna che lo conosce meglio di tutti: "Tu sei disonesto negli atti ma onesto nella coscienza". E questa è una qualità così rara che ci sentiamo attratti da un uomo simile. Infine Danio, come i protagonisti di altri miei libri, è piccolo nelle cose piccole e grande nelle cose grandi. Quando c'è in gioco qualcosa di davvero importante, Danio è capace di gesti grandiosi. E' capace di sacrificio. Io sono convinto che questo valga per tutti noi. Viviamo addormentati, adagiati in una routine quotidiana fatta di cose piccole che rendono piccoli anche noi: meschinità, sciocchezze, ripicche, frustrazioni. Abbiamo dimenticato la nostra grandezza, abbiamo scordato che in noi, femmine e maschi, dormono altrettanti eroi capaci di atti estremi di generosità e coraggio. Di tanto in tanto la vita irrompe e ci costringe a ricordarcelo, a essere all'altezza di noi stessi. Questo è ciò che accade nelle storie che racconto.

D - Oltre all'uscita del nuovo romanzo, il 2009 ti ha visto impegnato anche su altri fronti?
R - Un sacco di cose, come sempre! Anzitutto l'attività di traduttore, che ormai faccio molto di rado, concentrandomi solo su testi davvero importanti nel campo del teatro e della poesia, perché tradurre un romanzo è una fatica enorme e ingrata. Ho pubblicato nei Classici dell'UE Feltrinelli Il Corvo e altre poesie, di Edgar Allan Poe, e ne ho anche tratto un reading che ho portato in giro per l'Italia. Conferenze e reading su diversi argomenti letterari ne faccio molti, a volte insieme a Tiziano Scarpa, che è uno dei più grandi amici che il mondo dei libri ha regalato alla mia vita. In totale, nel solo 2009, ho fatto un centinaio di incontri col pubblico, inclusi diversi interventi in televisione. E' una voce importante del mio mestiere e anche delle mie entrate. L'altra attività che amo moltissimo è la mia scuola di scrittura creativa qui a Milano, che ha compiuto undici anni. E' proprio una scuola, ormai, suddivisa in cinque diversi corsi, e ogni anno conta una settantina di allievi che vengono dalla stessa Milano e da città anche piuttosto lontane, come Verona, Torino, Piacenza. Ti dirò una cosa: non solo sono orgoglioso degli autori che sono usciti da questa scuola e hanno pubblicato con i migliori editori italiani, ma forse lo sono ancora di più di tutte le persone che studiando i procedimenti della scrittura hanno imparato, semplicemente, a diventare dei bravi lettori. Il contributo che sento di dare al nostro mondo è soprattutto questo. Infine, sono contento del successo del festival letterario che dirigo in autunno in Valseriana, "Presente prossimo", arrivato alla sua seconda edizione. Quest'anno gli ospiti sono stati Luca Doninelli, Tiziano Scarpa, Aldo Nove, Laura Bosio, Giuseppe Culicchia, Davide Sapienza. La risposta del pubblico? Superiore a tutte le aspettative. Per tutte queste cose, chi è interessato può trovare informazioni ed eventualmente parlare con me qui: www.raulmontanari.it.

D - Quali programmi e progetti hai per il prossimo anno?
R - Tutte le attività di cui ho parlato continueranno, naturalmente. Per quanto riguarda i libri, sto lavorando al prossimo romanzo, che però quasi sicuramente non uscirà nel 2010 ma verso l'inizio del 2011. Per i miei ritmi di scrittura sarebbe normale pubblicare un libro all'anno (sono tutti romanzi di circa 300 pagine) ma è un errore. Meglio lasciare che ogni libro segua il suo corso con calma, venga accettato e digerito da critica e pubblico, senza sovrapporsi a un altro titolo. Diciamo che nel mio caso la cadenza giusta è quella che ho tenuto in questo decennio: sette romanzi, più una raccolta di racconti e altre cose minori. Sono fin troppi, in verità Il romanzo in questione racconta la storia di uno scrittore cinquantenne che si innamora di una sua allieva di creative writing, della quale non ha nessuna stima come autrice. Ma molte sorprese attendono lui e il lettore... A metà del 2010 uscirà però un numero antologico che il Giallo Mondadori ha deciso di dedicarmi. Conterrà uno dei due veri noir che ho scritto negli anni '90 (Dio ti sta sognando, una storia che aveva appassionato Giovanni Testori, di certo non un cultore di narrativa poliziesca!) e una scelta di racconti. E così andranno a ramengo, simultaneamente, il proposito di non far uscire un libro all'anno e quello di staccarmi dall'abbraccio mortale del giallo-noir. Pazienza.






12 Per "Liberidiscrivere", più o meno nello stesso periodo.

:: Intervista a Raul Montanari
D - Grazie Raul di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo subito con le presentazioni. Raccontati ai nostri lettori.
R - E' lunga, sai? Provo a sintetizzare: benché nato indigente, vivo da molti anni, e largamente, di letteratura. Non è male! Ho pubblicato dieci romanzi, più di cento racconti (riuniti anche in tre raccolte) e un sacco di altre cose fra cui tengo molto al libro di poesie Nelle galassie oggi come oggi - Covers, bestseller della "Collezione di Poesia" Einaudi, scritto a sei mani con Tiziano Scarpa e Aldo Nove. Ne abbiamo tratto uno spettacolo che ha fatto più di cento date in Italia. Ho tradotto tanto, da diverse lingue antiche e moderne. Fra le cose più belle metterei L'Edipo Re e l'Edipo a Colono di Sofocle, il Tieste di Seneca, il Macbeth di Shakespeare, Doppio sogno di Schnitzler e la Salomè di Oscar Wilde per il teatro. Nella prosa, quattro romanzi di Cormac McCarthy, uno di Philip Roth, un bellissimo e difficilissimo romanzo di Allan Gurganus che in Italia non ha letto nessuno eccetera. Nella poesia, una scelta di liriche di Edgar Allan Poe (uscite quest'anno nei "Classici Feltrinelli"). Anche da queste ho tratto un reading. Ho sempre fatto solo traduzioni letterarie di autori molto impegnativi che mi hanno insegnato tantissimo. Oltre a ciò, ho dal '99 una scuola di scrittura creativa che adoro e da cui sono usciti alcuni grandi talenti. Ma tutto questo si trova sul mio sito. Il bene più prezioso che ho è la libertà. Come mi è già capitato di dire, ero nato per essere un servo e invece sono il padrone assoluto di me stesso. Non esiste nessuno al mondo che possa darmi un ordine, tranne un poliziotto a un posto di blocco. Scrivo quello che mi pare, grazie anche al mio editore che mi aspetta sempre fiducioso, e faccio quello che mi pare, con molta severità verso me stesso. E questo vale per ogni aspetto della mia esistenza. E' buffo: vivo più o meno come un aristocratico libertino del '700, anche se mio padre era un impiegato e mia mamma una casalinga.

D - Parlaci della tua Milano. Vi lega un rapporto di amore e odio?
R - E' soprattutto odio. Milano è una città orrenda, presa a mezzo fra una vocazione continentale mancata per troppa inciviltà e un vago rimorso mediterraneo. C'è un modo infallibile per capire quanto è schifosa questa metropoli: girarci solo in bici, come faccio io. Come luogo narrativo invece è eccellente, perché tutta la città tende a essere un nonluogo, cioè un luogo delle possibilità infinite. Un po' come il West di McCarthy. Da ogni angolo di strada, da ogni porta può uscire l'inatteso.

D - Hai iniziato come traduttore. Hai tradotto Sofocle, Seneca, Shakespeare, Poe, Schnitzler, Wilde, Philip Roth e Cormac McCarthy. Che ricordi hai di questo periodo? Ci sono dei segreti per fare una buona traduzione?
R - Il più grande equivoco che c'è sulla traduzione è l'idea che per tradurre bene si debba soprattutto conoscere molto a fondo la lingua di partenza. In realtà è più importante lavorare creativamente sulla lingua d'arrivo. Nessun lettore, tranne qualche maniaco, verrà mai a rimproverarti perché a pagina 187 hai inserito un aggettivo che nell'originale non c'era o hai sbagliato di brutto la resa di un verbo; in compenso tutti si accorgeranno se la tua traduzione nel suo insieme è noiosa, senza ritmo, bolsa.

D - Hai esordito nella narrativa nel 1991 con "Il buio divora la strada". Come sei arrivato alla pubblicazione? Parlaci del tuo percorso.
R - E' stato un percorso faticoso, perché come certi ragazzotti che fanno ora il giallo noir NON sanno, vent'anni fa c'era una diffidenza enorme verso la narrativa di tensione. Eravamo in pochissimi a farla partendo da una base letteraria, cioè non volendo scrivere nello stile semplificato del giallo Mondadori, per capirci. Verso la fine dell'88 sono entrato in contatto quasi casualmente con Leonardo Mondadori, che aveva appena creato la sua costola della casa-madre. Ho cominciato come traduttore, ma ho presentato subito i miei racconti. Sono piaciuti molto, tanto che mi hanno fatto un contratto, che ho ancora, proprio per un libro di racconti. Siccome però nell'estate dell'88 avevo scritto questo romanzo, alla fine gli è stata data la precedenza. I racconti sono usciti molto più tardi, nel '98, con Rizzoli. In parte verranno ripubblicati in un albo antologico che il Giallo Mondadori mi dedicherà nell'estate dell'anno prossimo.

D - "Che cosa hai fatto" è un libro particolarmente forte. Per i suoi contenuti e il suo linguaggio è stato difficile pubblicarlo?
R - Ci ho messo 10 anni! Per fortuna nel frattempo uscivano altri libri miei. Lo considero il mio libro della vita: forse non è il più bello, di sicuro non è il più piacevole da leggere (specie per la parte del pubblico femminile che è più delicata e pudibonda), ma è il più impressionante e importante che ho fatto. Totalmente inclassificabile. Racconta la storia di un uomo che decide di mollare tutto e concedersi dieci ultimi giorni di vita in cui sperimentare i piaceri più efferati. Il tutto sullo sfondo di una Milano allucinante, invasa da soldati e carri armati, dove alla crisi etica del protagonista fa eco lo sfacelo politico di tutto un mondo. Proprio una cosa grossa. E' stato rifiutato da tutti, finché parlandone per l'ennesima volta con Scarpa (grande sostenitore del libro insieme ad Ammaniti, ma nemmeno loro erano riusciti a convincere gli editori!) non è venuta fuori l'idea di cambiare il modo in cui la storia veniva raccontata: non più in terza persona al passato, ma in prima persona al presente, in modo da bypassare la continua domanda che i lettori delle case editrici si facevano: "Ma perché lui fa questo? Perché?" Ho imparato così che raccontando una storia in prima persona hai meno bisogno di motivare psicologicamente il protagonista. Il lettore accetta il gioco di mettersi per così dire in faccia la sua maschera e di vivere l'avventura insieme a lui. Anche Arancia Meccanica è raccontato in prima persona. Comunque per Che cosa hai fatto il nome che è stato citato più spesso è stato Sade, il che mi ha onorato perché è stato uno scrittore immenso.

D - Andrea Camilleri ti ha definito uno "scrittore mistico", da ateo dichiarato che rapporto hai con il concetto di divinità non necessariamente quello cristiano?
R - Io sono un ateo cattolico. Sono cresciuto nel cattolicesimo, come tutti, e quando ho smesso di credere in Dio non ho smesso di fare due cose. La prima: conservare la mia cultura cattolica e mescolarla con quella classica e quella illuminista. Del cattolicesimo mi rimane per esempio il senso di colpa, che è una molla fortissima nell'azione dei miei personaggi. La seconda cosa: non ho mai smesso di interrogarmi sui misteri grandi, quelli per i quali la fede in Dio è una risposta possibile, rispettabile, da me non condivisa. Comunque, se io non credo in Dio credo però nella fede degli uomini e nella sua forza incredibile. Qualunque oncologo ti dirà che è più facile curare un credente che un ateo - o, peggio ancora, uno che magari va a messa la domenica ma in realtà non crede. In questo la fede assomiglia alle arti marziali: ti dà risposte certe, veloci, su come reagire alle aggressioni della vita. Pensa cos'è la preghiera. Un uomo in crisi, magari in pericolo di vita, pregando convoca addirittura le entità supreme, chiama ad aiutarlo, ad assisterlo, Dio, Cristo, la Madonna, gli angeli! Ti rendi conto? Prova per un attimo a considerare la potenza di questo gesto. Un ateo non può fare nulla di simile. D'altronde per me la verità vale più della felicità. Io sarei un uomo più felice se potessi far conto sulla fede, ma la fede non ce l'ho e mi farebbe orrore simularla. Sarebbe anche inutile simularla, perché potrei ingannare gli altri ma non me stesso. La verità, per me, è che siamo soli, senza nessun dio che ci assista e nessuna speranza di sopravvivere alla morte. A volte non è facile vivere con questo grande nulla intorno a sé.

D - Molti critici ti hanno definito capostipite del post noir ovvero un noir non più costretto nei paletti dell'investigazione classica ma un noir dell'anima. Sei d'accordo, ti riconosci in questa definizione?
R - L'ho suggerita io stesso per primo. E' anzitutto una forma di onestà verso il lettore: non voglio che un vero appassionato di narrativa criminal-poliziesca prenda per equivoco un mio libro e ne rimanga deluso perché mancano il detective e/o il criminale, manca la cadenza metronomica degli omicidi e così via. E non voglio che una lettrice di romanzi psicologici scarti a priori un mio libro temendo appunto che contenga quegli elementi.

D - Parlaci di "Strane cose domani", il tuo ultimo libro edito per Baldini Castoldi Dalai. Senti di aver raggiunto una certa maturità stilistica e anche personale?
R - Sai, la voce di un autore che lavora e fa esperimenti con la sua scrittura evolve sempre. E' come lo stile di un musicista o di un pittore. Io penso di aver trovato la mia voce attuale parecchi anni fa, direi nei primi anni '90, quando ho cominciato a cercare una grande fluidità. Nei racconti scritti prima d'allora e anche nei miei primi romanzi c'era un linguaggio più inarcato, più "colto", diciamo, anche perché allora per farti accogliere nella società letteraria dovevi un po' mostrare i muscoli. Direi che nei romanzi degli anni 2000 c'è un linguaggio più maturo, scorrevole, gentile con il lettore. La cultura resta nascosta, eppure si sente. Sul piano personale, curiosamente quello che ora sto facendo è mettere molto più di me stesso in quello che scrivo. Di solito è il contrario: uno comincia facendo autobiografia (è un classico dell'opera prima!) e poi allarga la visuale. Io ho cominciato cercando una scrittura molto oggettiva, nascondendomi dietro i personaggi e le storie. Oggi cerco di usare protagonisti che mi somiglino e mi consentano, senza forzature, di esprimere concetti personali e, spero, profondi sulla vita e sulle relazioni fra le persone. Cerco sempre la massima leggibilità, ma adesso oltre alla storia cerco di dare al lettore più spunti di riflessione. Un'altra curiosità è che nei miei ultimi libri c'è un umorismo che era assente nelle cose degli anni '90. I lettori mi sembrano molto contenti di questa novità. Infatti sia L'esistenza di dio, sia La prima notte sia ora Strane cose domani, i romanzi in cui più si nota questa evoluzione, hanno avuto una risposta assai forte, in crescendo. Strane cose, domani, non a caso, nasce da un fatto vero: due anni fa ho trovato su una panchina di parco Sempione il diario di una ragazza. L'ho cercata e incontrata. Lei mi ha confessato che quel giorno nel parco aveva abbandonato non uno ma SETTE diari! Appena me l'ha detto ho immaginato: e se io mi innamorassi di lei? E se un altro uomo, a mia insaputa, avesse trovato a sua volta uno dei diari e si innamorasse pure lui di Federica? Potrebbe cominciare una sorta di partita a scacchi fra due avversari invisibili, che non sanno nulla l'uno dell'altro, finché piano piano ciascuno dei due comincia a percepire questa presenza estranea e ostile... Da lì è partito tutto. E' una delle storie più belle che ho mai raccontato, e pare che anche critica e pubblico la pensino così. E' in corso di scrittura la sceneggiatura.

D - Quale è il libro più bello in assoluto che hai letto?
R - Se devo dire un titolo secco: Franz Kafka, Il processo. Se Dio fosse uno scrittore avrebbe scritto quel libro lì, e non mi sento di escludere che l'abbia fatto davvero. Dio ha questa tendenza irritante a incarnarsi negli ebrei, mai nei bergamaschi! Però sull'isola deserta io mi porterei tutto Shakespeare. Lo rileggo interamente ogni quattro o cinque anni.

D - C'è uno scrittore esordiente che ti ha particolarmente colpito?
R - Quest'anno? Gaia Manzini con il suo Nudo di famiglia (Fandango). E' stata un'allieva della mia scuola, ma se devo dire la verità aveva pochissimo da imparare.

D - La cosa più difficile che hai dovuto fare nella tua carriera di scrittore.
R - Accettare il mio destino. Cioè capire che non avrei mai fatto il botto iniziale che era toccato al primo o secondo libro di autentici cretini (ma anche di autori che invece ammiravo e di cui ero amico, come i già citati Scarpa, Ammaniti, Aldo Nove), ma che dovevo accettare di allargare il mio consenso di pubblico e critica gradualmente, come infatti è avvenuto. E intanto leggere, scrivere, tradurre, insegnare agli esordienti, aiutare i talenti, andare sui media e in tv a dire la mia opinione sul mondo, insomma essere felice della fortuna che mi era toccata di poter parlare. Di avere la parola e chi l'ascolta. Un giorno, quand'ero bambino, ho chiesto ai miei genitori: "Cos'è la felicità? Quand'è che uno è felice?" "Quando è innamorato" ha risposto mia mamma. Mio padre ha sorriso: "Quando fa il lavoro che gli piace". Credo che avesse ragione mio padre. Benché l'amore...

D - Raul Montanari e la critica letteraria. Più soddisfazioni o delusioni?
R - Nessuno mi ha mai offeso. Ho avuto pochissime stroncature: credo cinque o sei in tutta la mia carriera, soprattutto nella prima metà. Semmai mi è dispiaciuto non essere stato recensito, finora, da un paio di critici che stimo.






13 Intervista del 2010 per il blog La poesia e lo spirito, parlando di cose varie.

D - Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?
R - E' un bel mestiere e si guadagna bene.

D - Amori e odi letterari. Per favore alla voce odi non citare solo gente defunta.
R - Mi piacciono molto quelli che scrivono in modo diverso dal mio, cioè i grandi ricercatori di linguaggio. In Italia, Scarpa e Nove. Poi mi piacciono gli scrittori con una forte carica etica, un po' all'antica, come Doninelli e Laura Bosio. Non sto a fare altri nomi, valgono di più le categorie. Per quanto riguarda gli odi, odio solo le persone. Nel caso degli scrittori è abbastanza raro che conosca le persone così a fondo da poter provare odio. Mi infastidiscono molto i giovinetti buttati nella mischia e ben corazzati dai loro editori senza avere alle spalle nessuna preparazione, nessuno spessore (vedi Giordano o Avallone). Ma anche questi, come persone spesso sono più vittime che altro. C'è infine un'intera categoria di autori - dire scrittori sarebbe troppo - che detesto: i giallisti italiani ignoranti, quelli che sono ben felici di fare una narrativa grottescamente consolatoria, con i loro detective tutti uguali, e perdipiù non ci guadagnano un cazzo perché contrariamente a quello che vanno dicendo in giro vendono pochissimo. Come mi diceva Busi, uno dei miei maestri, "se uno fa letteratura commerciale e riesce effettivamente a inculare il pubblico, tipo De Carlo, lo ammiro; ma se fallisce perfino in questo, dopo aver rinunciato a priori a provare a fare vera letteratura, lo considero al gradino più basso della scala autoriale". Sottoscrivo tutto. Naturalmente ci sono alcune eccezioni.

D - Quanto pensi di valere? Per favore rispondi non in scala da 1 a 10 ma con un discorso articolato.
R - Ho esattamente il valore che mi attribuiscono pubblico e critica. Mi sembra tanto o poco, a seconda della giornata (e dell'interlocutore). Il valore che io attribuisco a me stesso rientra in un recinto di paranoia e mitomania contro il quale ho combattuto una battaglia che ormai considero vinta da molti anni. Anche in questo mi sento diverso da parecchi casi patetici che conosco.

D - Cosa pensi dell'amore? (Rispondi a parole tue)
R - No, rispondo con il titolo di un racconto di Tiziano Scarpa: L'amore è sopravvalutato.

D - Pensi che Dio, che tu ci creda o no, è ancora "materiale letterario"?
R - E' l'unico materiale letterario che mi interessi, sia nei libri miei sia, soprattutto, in quelli degli altri. Naturalmente mi interessa tanto più quanto più debba essere stanato e non sia servito su un piatto di portata devozionale.

D - Sei invidioso?
R - Moltissimo in senso costruttivo (quello che i greci chiamavano zelos): vedo uno fare bene una cosa e mi vien la fregola di farla altrettanto bene. Sono stato molto invidioso anche in senso distruttivo (phthonos), ma vedo che anche questo è uno spreco emotivo che il tempo sta attenuando.

D - Preferisci una notte d'amore stupenda con il partner ideale o una maxirecensione di D'Orrico?
R - La notte d'amore stupenda con il partner ideale la vivo più o meno tutte le notti. Secondo la legge della domanda e dell'offerta, vale di più la seconda opzione.

D - Cosa pensi del Nobel della Letteratura a Bob Dylan? Sei favorevole o contrario?
R - Totalmente contrario. Le canzoni non sono letteratura, sono musica (spesso nemmeno questo) accompagnata da parole. Questa gente ha già tutto: fama, ricchezza, un seguito di deficienti che li prendono per guru. Gli diamo anche il Nobel per un campo che non è il loro? Allora diamogli anche il culo. Non io, però.

D - Da un punto di vista estetico ti sembra giusto che lo Strega l'abbia vinto Pennacchi e non l'Avallone?
R - Sì, perché il progetto di Pennacchi era più interessante. Aggiungo che è bene che lo Strega torni a essere quello che è sempre stato, una specie di superpremio alla carriera.

D - Progetti per il futuro?
R - Rimanere come sono adesso. Stando ai precedenti, non credo che ci riuscirò. Ah, a febbraio esce il mio undicesimo romanzo.






14. Intervista a Marilù Oliva per il suo blog libroguerriero.wordpress.com/.

Nome: RAUL MONTANARI
Attività: Principalmente due. Una è la scrittura.
Segni Particolari: Occhi disturbanti anche per lui.

D - "L'esordiente" (Baldini Castoldi Dalai, 2011) è una giovane donna non particolarmente talentuosa ma determinata nel perseguire il lavoro di scrittrice. È bella e affascinante e corteggiata. È il ritratto di alcuni fenomeni d'esordio di oggi? A un certo punto mi sono chiesta se sarebbe stato possibile sostituirla con un'altra tipologia di esordiente: non bella, anziana, ma molto, molto brava. Sarebbe stato fattibile o le novità editoriali, quando riguardano il femminile, sono limitate da esigenze di mercato?
R - Una cosa divertente di questo libro è che è un libro profetico. Quando l'ho scritto non immaginavo che avrei partecipato (con il romanzo precedente) al premio Strega. Quindi non sapevo di avere imbroccato una coincidenza impressionante fra Veronica Markus, la giovane autrice che il protagonista ama come donna ma non stima come scrittrice, e un personaggio come la Avallone. Perfino l'editore era quello giusto: Rizzoli! Per tornare alla tua domanda, la bellezza non dovrebbe avere niente a che fare con il merito letterario, però è un fattore che dà vantaggi in tutti i campi. È inutile far finta che non sia così. Comunque esempi della controtipologia che tu proponi ce ne sono parecchi, sia per femmine che per maschi, e tutto sommato lo Strega l'ha vinto Pennacchi.

D - "L'esordiente" e i retroscena della scrittura. Tu quando hai finito di sentirti esordiente?
R - E' chiaro che la rispostona sarebbe: Mai! In realtà direi che dopo il secondo romanzo, "La perfezione", che venne pubblicato da Feltrinelli nel 1994 ed è a tutt'oggi quello che ha venduto di più, ho sentito che la storia era davvero cominciata. Soprattutto per la risposta della critica, che nell'interfaccia con l'autore esordiente o quasi esordiente svolge un ruolo importantissimo; forse più che nel rapporto con il lettore. Anche il fatto che diversi registi - mi pare cinque in tutto - si siano interessati negli anni al progetto di farne un film, alcuni con molta passione e tenacia, mi ha convinto che avevo scritto qualcosa che aveva una qualità narrativa reale.

D - Livio Aragona evoca reminescenze latine e storico/letterarie nel nome e un rimando spagnoleggiante e regale, nel cognome. Ha la tua età e ha vissuto esperienze simili, in primis la scrittura: un tuo alter-ego? In cosa in particolare ti assomiglia?
R - Be', come sempre ho preso dalla mia vita quello che serviva per la storia e il personaggio. Ci sono moltissimi dettagli reali, selezionati perché erano efficaci e non per il capriccio di parlare di me stesso. La differenza fra uno che fa narrativa e uno che si fa le pippe è questa. Diciamo che fra le coincidenze più evidenti ci sono il mestiere, il fastidio per la folle etichettatura di giallista, l'insegnamento della scrittura creativa, la partecipazione a un talk show pomeridiano della Rai, le telefonate mattutine alla madre, gli ambienti milanesi. Molte altre cose non mi appartengono. Per esempio non mi fotografo nudo davanti allo specchio al mattino di ogni primo gennaio, come fa lui da trent'anni. Non ho avuto una storia d'amore con una mia allieva che fosse più brava di me a scrivere. Il mio editore non è quello ritratto nel romanzo. Non sono sposato e separato. Mio padre non ha lasciato mia mamma ed è ancora vivo e vegeto. Le mie origini sono lacustri e non montane.

D - Estrapolando le molte citazioni sulla scrittura si potrebbe comporre un piccolo ma sostanzioso vademecum sul mestiere dello scrittore: ma alla fine, chi è lo scrittore?
R - Alla fine nessuno ha sintetizzato il mestiere dello scrittore meglio di Pessoa, nella famosa lirica in cui dice che il poeta è un fingitore che arriva al punto di fingere di provare il dolore che davvero sente. Tu parti dal tuo dolore e lo fai diventare una storia, cioè crei un'intelaiatura narrativa che non coincide con la tua vita, con le tue giornate, ma dentro la quale metti le emozioni che stanno davvero nella tua vita e nelle tue giornate. In particolare quelle più intense e spesso, bisogna dirlo, quelle più negative: il dolore, la paura, la nostalgia di un passato irrecuperabile, il senso di scacco. In questo senso "fingi": presti ai tuoi personaggi cose che ti appartengono. Questo mettere pezzi consistenti di te stesso nelle tue pagine provoca un'anormale vicinanza fra produttore e prodotto, scrittore e scrittura, che è la vera maledizione di questo lavoro.

D - In "Strane cose, domani"(Baldini Castoldi Dalai) Danio, il protagonista, ritrova un diario in un parco. L'ha abbandonato una ragazzina, lui fa in modo di ritrovarla e la vicenda si mescola a quella personale e intricata di Danio. Storia che prende avvio dalla realtà: tu hai davvero ritrovato un diario e l'hai restituito. Ce lo racconti?
R - Io giro in bici per Milano, pratica molto pericolosa che però consente uno sguardo sulle cose che non ha eguali. Non lo puoi avere con i mezzi motorizzati, ma nemmeno andando a piedi perché sei troppo lento. Tre primavere fa, in una giornata di pioggia ho davvero trovato su una panchina in parco Sempione un diario, che si stava inzuppando. L'ho sfogliato e ho visto che era di una diciottenne, una liceale all'ultimo anno. Visto che in giro non c'era anima viva, l'ho preso e portato a casa. La lettura è stata molto emotiva, perché nel diario c'erano frammenti di un'esistenza difficile. Malesseri adolescenziali estremi, chiamiamoli così. Ho cercato la ragazza, che si chiama Federica, e sono riuscito a mettermi in contatto con lei. Ci siamo incontrati e Federica mi ha detto due cose che mi hanno sbalordito. La prima, che il diario non era stato perduto come immaginavo io, ma deliberatamente abbandonato; la seconda, che quel giorno Federica aveva disseminato per il parco non uno ma sette diari! Da qui l'idea della trama, che mi è venuta proprio in quel momento: io trovo il diario di Federica e mi innamoro di lei, ma un altro uomo trova uno dei sei diari rimanenti, e anche in lui nasce un sentimento per questa ragazza incantevole e infelice. A questo punto inizia una specie di partita a scacchi fra due giocatori che non sanno neanche di giocarla, non sospettano nemmeno di avere un avversario... finché il gioco non diventa più duro e drammatico.

D - Hai mai tenuto un diario?
R - Sì, ho un diario dal '77. Non potrei vivere senza. Lo uso come una specie di libro mastro: raramente trascrivo opinioni o emozioni, mi limito ai fatti. Ogni giornata è divisa in quattro parti, mattina, pomeriggio, sera, notte. Descrivo quello che mi succede. Quando vivevo in famiglia era considerato una referenza essenziale per dispute su date e cose simili. "Controlliamo sul diario di Raul!" E il diario era effettivamente sempre a disposizione di tutti.

D - Parliamo ancora di "Strane cose, domani". Danio è un assassino per caso. Come convive con questa parte omicida?
R - Danio ci convive malissimo, perché il più antico dei due delitti lo visita sotto forma di un incubo particolarmente pauroso, mentre il secondo si concretizzerà, nel corso della vicenda, nella persecuzione di un uomo misterioso ai suoi danni. Il lettore invece è incline a perdonare Danio perché entrambi gli omicidi sono avvenuti in circostanze che li hanno giustificati. Casomai, agli occhi del lettore Danio è colpevole di ben altro. E' un bugiardo, un traditore, un sex addicted, una persona deontologicamente disastrosa e completamente inaffidabile... benché molto simpatica e affascinante.

D - Il primo capitolo comincia con una scena familiare padre-figlio. É descritta così verosimilmente che sembra quasi vissuta, anche se non è possibile (tu non hai figli maschi incazzati col mondo, che suonano musica neogrunge in una band...)
R - Non ho figli, infatti. Però non ho nessuna difficoltà a rappresentare il rapporto padre-figlio, dato che ho un padre. Non c'è niente che si neghi alla scrittura, nemmeno la morte che a ben vedere non è neppure un'esperienza. Eppure gli scrittori hanno sempre raccontato la morte, anche dal punto di vista di chi muore. La prima dote di uno che fa questo mestiere è l'immedesimazione.

D - Cosa cerchi in un libro, quando leggi?
R - Una grande storia e uno stile che la sappia raccontare.

D - Cosa ti fa chiudere un libro e cosa ti fa proseguire?
R - Cerco onestamente di finire tutti i libri che comincio. Quando li scelgo io non capita mai che ne sia deluso, anche perché fra i circa 70-80 titoli che leggo ogni anno una buona parte sono classici. Quando mi succede di essere obbligato a leggere, magari perché l'autore del libro ha insistito, allora è più facile che mi tocchi di annoiarmi o di essere infastidito dall'assenza delle due cose di cui parlavo nella risposta precedente, e lascio lì.

D - Hai lanciato sulla rivista letteraria Satisfiction il dibattito del post-noir. Da cosa è partita questa definizione?
R - Da un fatto semplice: che noto in me stesso e in molti autori un superamento evidente del genere noir. Questo superamento avviene, in poche parole, scrivendo storie lontane - a volte lontanissime - dai codici del genere, ma mantenendo di solito due elementi: la tensione e la presenza della morte violenta come ingrediente narrativo. Però la molla delle storie, il loro fulcro, non è più noir. Per quando mi riguarda personalmente, poi, anche se è vero che ho scritto alcuni libri che con molta buona volontà si potrebbero definire dei noir psicologici, protesto contro questa definizione per due motivi. Il primo è che nell'insieme della mia produzione letteraria (che comprende anche teatro, poesia, traduzioni di autori per nulla noir dal greco, dal latino, dall'inglese, dal tedesco...) il noir occupa forse il 20%, facendo proprio la conta delle pagine. Il secondo è che dicendo che io sono un autore noir si ha come risultato che i veri lettori del genere rimangono delusi dai miei libri perché li trovano troppo introspettivi; al contrario, moltissime lettrici potenziali, interessate proprio ai contenuti che interessano me (le persone e le loro relazioni) non li prendono nemmeno in mano, perché temono di trovarci quello che non c'è e non sperano di poterci trovare quello che invece c'è. Infatti, la cosa che più spesso mi sento dire dalle lettrici è: Avevo un pregiudizio verso di te, poi per caso ho letto un tuo romanzo e adesso mi vado a comprare gli altri!

D - Sintetizzaci in una frase la peculiarità del post-noir.
R - Racconta una storia d'amore con la stessa tensione con cui racconteresti una storia di morte.

D - Nel cosmo letterario italiano si avverte qualche novità, in questo momento?
R - Sai, è strano vivere dall'interno quello che poi finirà nelle storie della letteratura, nelle antologie. Ti accorgi che in pochi anni cambia tutto, e guardando al passato ti domandi se aveva senso considerare "contemporanei" due autori il cui momento creativo più genuino era distanziato anche di dieci o vent'anni. A parte questo, io non ho visto niente di nuovo a livello letterario dopo l'ondata pulp di metà anni '90. Cominciano a essere quasi due decenni e forse c'è da preoccuparsi. Questo, ripeto, a livello letterario; se si mette a fuoco non tanto l'aspetto letterario dello scrivere libri ma quello editoriale del pubblicarli, è ovvio che certe cose sono cambiate, e sicuramente in peggio. Lo spazio per la narrativa di ricerca è sempre più angusto, e imperano i diktat di quelli che giustamente un mio geniale allievo, Giovanni Cocco, chiama gli "editor buonisti": quelli che a tutti i costi vogliono smussare, arrotondare, mettere nella storia quell'ingrediente giusto che hai tralasciato perché non era affatto nello spirito di ciò che stavi raccontando, togliere invece quella scenaccia troppo dura, e così via. Insomma, la ricerca del prodotto medio.

D - Se tu avessi una bacchetta magica che ti consentisse di eliminare/modificare una tendenza editoriale, quale sceglieresti?
R - Quella che ho appena descritto. Ce n'è un'altra vistosissima, ossia la pubblicazione di una gran massa di libri inutili scritti da personaggi la cui notorietà mediatica assicura buone vendite; però questo in fondo è un fenomeno sempre esistito, e io non sono sicuro che faccia danni quanto l'altro. L'altro ti corrompe dall'interno.

D - Pensi che il dibattito letterario in Italia sia in fermento?
R - Per niente. Stagnazione assoluta. Lo dimostra, fra l'altro, la reazione inorridita alla proposta del post noir. I noiristi erano stizziti, gli editori terrorizzati. Solo critici e lettori hanno mostrato interesse, ma i critici hanno un'influenza minima sulle decisioni d'acquisto (al massimo il 5%; per il 70% avvengono d'impulso, sul luogo di vendita, e per il restante 25% sono legate al passaparola ecc.) e dei lettori non importa niente a nessuno. Si vuole che comprino, non che leggano.

D - Com'è la critica oggi?
R - Premetto che nessun critico è mai stato offensivo con me, anzi molti hanno detto cose intelligenti e interessanti. Lo spazio della critica si sta sempre più riducendo, e questa è una cosa che sa chiunque lavori nel mondo dei libri. Firme autorevoli vedono le loro recensioni strette in spazi in cui non è più possibile sviluppare un discorso, e spesso le vedono pure pubblicate mesi dopo che le hanno scritte. Come tutti, io ho un mio panel di critici preferiti e seguo con attenzione il loro lavoro.

D - Scrivi per un dizionario la voce del lessema: SCRITTORE
R - Professionista della scrittura, ovvero chiunque viva del mestiere della scrittura, con particolare riferimento alla narrativa.

D - Due tuoi pregi e due difetti
R - I pregi sono l'obiettività spietata verso me stesso e la bontà. Fa ridere, ma io sono un uomo buono. I difetti: l'intolleranza rabbiosa verso chi non condivide la mia ricerca di obiettività, e il delirio sessuale in cui vivo da quando avevo mi pare dieci anni.

D - L'ultima volta che ti sei arrabbiato
R - Mi incazzo costantemente, ostinatamente, ogni volta che vedo una persona che abusa del suo potere. Può essere un politico, un automobilista, un portinaio, un professore, un taxista, il tizio più grosso di te che incontri al bar o in qualsiasi altro posto. Questo comportamento umano è così ripetitivo, così odioso, che ogni volta mi fa digrignare i denti e mi induce a reazioni violente. E' successo anche oggi. Succede tutti i giorni.

D - L'ultima volta che hai pensato: "Questa non ci voleva!"
R - Quando ho dato una gomitata a un bicchiere a stelo pieno di birra, quella volta che la ragazza aveva insistito per mangiare a letto.

D - L'ultima volta che hai pensato: "Fantastico!"
R - Sempre quella volta lì, ma per altri motivi. Scherzo, lo penso spessissimo quando leggo o vedo una cosa bella. Sono molto entusiasta della bellezza.

D - L'ultimo bacio
R - Oggi.

D - Un libro che avresti voluto scrivere
R - Tutta l'opera di Shakespeare.

D - Un libro che non scriveresti nemmeno se ti pagassero 10 milioni di euro
R - Qualunque libro mi richiedesse di sacrificare il bene più grande di un autore, ossia la libertà di scegliere contenuti e linguaggio delle storie che racconta. Infatti è capitato che me li proponessero e li ho sempre rifiutati. Tutti ci invidiano questa libertà, e più di tutti le persone che fanno altri mestieri creativi. E' folle rinunciarvi.

D - Com'è il rapporto coi tuoi lettori in generale?
R - É ottimo. Io non sono un autore di vendite esorbitanti (anche se i miei editori hanno sempre guadagnato con me), ma di solito quelli che mi leggono mi amano e molti trovano il modo di farmelo sapere.

D - E con le tue ammiratrici in particolare? ;-)
R - Eh, appunto. Varie situazioni divertenti, fra cui la più curiosa è stata, nel 2008, con una diciannovenne adorabile che mi ha detto che le piaceva l'idea di andare a letto con uno che aveva studiato nei libri del liceo. Eravamo tutti e due molto contenti.

D - Progetti?
R - A marzo esce una raccolta dei miei testi teatrali, per la bella collana Inaudita Big di Transeuropa. A settembre il prossimo romanzo, che sarà il dodicesimo. Quando ho cominciato mi sono prefisso l'obiettivo di scriverne venti, e se non mi succede qualcosa di brutto ci riuscirò. Il problema è che già adesso faccio confusione fra i nomi dei personaggi.

D - Di' qualcosa di sciocco
R - A volte penso che vorrei scoparvi tutte.

D - Di' qualcosa di saggio
R - Poi però mi rendo conto che non è possibile.

D - Salutaci dopo aver passato "La prima notte" (Baldini Castoldi Dalai, 2008)
R - Questo non è stato un racconto. É stato il primo capitolo di un romanzo.

D - Adesso salutaci con una verità bugiarda ("La verità bugiarda", Baldini Castoldi Dalai, 2005)
R - Il mondo è meraviglioso, la vita è orribile.






15. A Fabio Ivan Pigola sulla Perfezione (2013).

Un piccolo passo indietro per guardare avanti, insieme a uno dei più intelligenti giovani critici e teorici della letteratura italiani.

D - La Perfezione comincia con un esercizio di fatica e la considerazione che quest'ultima è un cane cieco: se corri ti morde la schiena. Non a caso è uno dei fantasmi che più angustiano l'umanità dalla notte dei tempi?
R - Almeno a partire dalla cacciata dall'Eden, accompagnata proprio dalla condanna alla fatica e al dolore! Si potrebbe dire che il dolore in cui sfocia l'esercizio fisico ossessivo che il protagonista compie all'inizio è la vera condizione umana, ciò che caratterizza l'angelo caduto o l'uomo cacciato dal paradiso terrestre. Penso che quelle poche pagine iniziali del libro siano fra le più belle che ho scritto in vita mia, soprattutto per la descrizione delle fantasie del protagonista, sempre più intossicate e cupe man mano che l'esercizio procede. Una curiosità: quando La perfezione uscì c'era su Canale 5, in seconda serata, una bella trasmissione sui libri, A tutto volume. La prima conduttrice era stata Alessandra Casella, poi era subentrata Daria Bignardi, che mi chiese di girare una specie di booktrailer in cui facevo io le flessioni a cui si sottopone il protagonista.

D - Il romanzo è molto fisico, eppure le descrizioni dei rapporti, la loro genesi e lo sviluppo, l'alchimia dei sensi è discreta più che in ogni altro tuo scritto. La breve relazione fra l'Olandese e la ragazza ne è la sublimazione: pochi segni d'intesa, e la poesia del non-detto. È un rimedio sottile per dare sollievo alla sensibilità?
R - I tre personaggi della Perfezione sono monadi che si incontrano ma non si fondono mai. Lo Sfregiato uccide l'Olandese senza nemmeno toccarlo, sparandogli alla schiena; l'Olandese fa l'amore con Adriana, ma la sua maestosità fisica, il suo corpo colossale, lo fanno apparire così marmoreo, che sarebbe impensabile assistere a una vera scena di sesso condita di sudore, odore, liquidi; quanto ad Adriana e allo Sfregiato, si incontrano per caso durante una festa nella piazza del paese, ma lei è così inorridita dalla faccia sfigurata dell'uomo che scappa, rifugge perfino da un contatto visivo. E' strano pensare che La perfezione è stata scritta insieme a Che cosa hai fatto, il romanzo uscito poi nel 2001 che è invece saturo di sesso descritto ossessivamente. E' come se un libro fosse l'antidoto all'altro. In fondo noi viviamo così: in un'alternanza contraddittoria fra una corporeità martellante e la negazione stessa del corpo. Basta osservare la comunicazione pubblicitaria nel suo complesso per notarlo.

D - Hai parlato di monadi che si incontrano senza fondersi, di una corporeità martellante e la negazione stessa del corpo: dunque, la volontà è un vettore che se ne infischia del motore che la porta?
R - Ti confesso che in questo sono abbastanza determinista. Credo che la nostra fisicità, e il rapporto che ciò che chiamiamo "io" ha con il corpo che gli corrisponde, abbia una causalità molto intensa nei confronti di tutta la nostra parabola esistenziale e anche di dimensioni come la volontà, la scelta, il libero arbitrio. Siamo sempre meno liberi di quanto ci illudiamo di essere. E d'altra parte non solo lo scrittore scrive sempre la stessa storia, grida sempre lo stesso grido di ribellione e dolore che gli è salito alle labbra per la prima volta da ragazzo, ma anche lo scienziato, che si muove in un mondo apparentemente obiettivo, quando scrive un'equazione o scopre una legge mette tantissimo di se stesso, non fa altro che riguardare all'infinito la faccia brufolosa e sgraziata che lo specchio gli rimandava quando aveva tredici o sedici anni.

D - La lettura è squisitamente personale, di rado vede le stesse cose anche davanti a passaggi o concetti oggettivi. Io però sono un cronista del banale, un reporter delle minime evidenze, e nel testo trovo un riferimento ricorrente in tutta la tua produzione: l'oscurità. È lei il vero grandangolo dell'uomo?
R - La vista è lo strumento principale con cui controlliamo il mondo, e la sua attenuazione o soppressione, che sperimentiamo ogni giorno al calare della notte, ha qualcosa di liberatorio che ci sgomenta. Nell'oscurità escono gli animali, come sanno cacciatori e pescatori, e anche l'animale che dorme da qualche parte dentro di noi si sveglia. La notte è propizia all'amante e all'assassino. Spesso si nasce e si muore di notte. Al buio tutto è più vero e più terribile.