I morti hanno sempre ragione
Dalle note di copertinaAutunno 2024: Andrea, ventottenne, riceve la notizia della morte improvvisa dei genitori, che da qualche tempo si sono trasferiti da Milano in un paesino di montagna. Non crede a un incidente e va a vivere nella stessa casa dei suoi per scoprire cosa è veramente accaduto, senza immaginare quali conseguenze avrà questa decisione. L’indagine privata di Andrea si trasforma ben presto in qualcosa di diverso, come se il suo scopo originario si smarrisse nel groviglio di crudeltà, violenze e reciproche sopraffazioni che dal condominio in cui abitavano i genitori si allargano a tutto il paese.
Nell’avventura che attende il protagonista non mancano squarci di serenità, momenti di tenerezza e umorismo, incontri capaci di attraversare l’arcobaleno delle relazioni umane, dai colori cupi a quelli luminosi: Luca, Miriam, il prete don Carlo, i misteriosi ragazzi del bosco. L’ultimo colpo di scena sorprenderà il lettore e il caso verrà risolto nel modo più inatteso, ma solo a libro chiuso verrà meno l’inquietudine di essersi affacciati su una voragine di cui non si scorge il fondo.
Giudizi critici
“Un viaggio fatto di depistaggi, cattiverie, segreti veri o presunti, che nel paese sembra concentrare il peggio dell'essere umano (con qualche luminoso alleato, va detto). La realtà sembra una somma di opinioni, dove la vera difficoltà è distinguere le bugie-bugie dalle bugie-un-po'-vere, dove per nascondere la menzogna al meglio la si riveste di piccole verità” (Luca Mastrantonio, «Sette»).
“Un’indagine tutt’altro che professionale, condotta dal protagonista in stretta conformità con gli statuti del post-noir, di cui Montanari è uno dei, se non il fondatore: storie di persone normali alle quali capitano cose straordinarie” (Vincenzo Guercio, «L’eco di Bergamo»).
La storia è piena di suspense, a tratti tenebrosa e conturbante, eppure ci sono momenti di autentico umorismo. Nelle ultime pagine, poi, il lettore non troverà solo lo scioglimento dell’enigma ma anche il significato profondo del libro, che va oltre l’intrattenimento che ci aspettiamo da un noir: è un romanzo che prova a dire con onestà qualcosa di vero sulla vita di tutti noi (Marco Brizzi, «Il Corriere della Sera»).
“Montanari è uno dei pochi scrittori che è anche poeta dell’esistenza. Nel senso che coglie la parte più profonda della vita e ce la restituisce tra le sue pagine fatte di quotidiano, di dolore, di bellezza, di sorrisi, di verità. Che sono sempre filtrate dal sentire dei suoi personaggi e per questo si moltiplicano in un frattale di plausibilità che rendono la soluzione sempre più intricata – e intrigante” (Donatella Rizzi, www.libroguerriero.wordpress.com).
“Il nuovo avvincente mistery di Raul Montanari, divertente nonostante le inesorabili note cupe… La città è quasi sempre anonimato e solitudine ma la provincia può uccidere” (Marta Ghezzi, «Il Corriere della Sera» edizione milanese).
“Raul Montanari non si limita a creare noir mozzafiato, ma compie con precisione letteraria chirurgica un’operazione di scavo nel dolore, nel passato e in quel male sottile che si annida nelle pieghe della quotidianità. Una scrittura nitida, per certi versi feroce, inappuntabile” (Paolo Gualandris, «La Provincia»).
“Alla fine, l’indagine non conduce Andrea semplicemente sulle tracce di un colpevole, lo trascina a una sorta di faccia a faccia con il male, il suo stesso in qualche modo, quello di ogni uomo. Una resa dei conti nei confronti della vita che, scopre il protagonista, scorre e conduce dove non si vorrebbe; porta via persone, luoghi, amori, anche se ci si illude che li si possa trovare sempre dove li si ha lasciati. E nella quale nessuno si salva, o raggiunge la verità, da solo” (Maurizio Zottarelli, «Libero»).
“La trama noir si intreccia con il rapporto genitori-figli: quello che si chiede Andrea è se è realmente stato amato…. Vivere in un paese è più duro che in città: nei piccoli centri tutti sanno tutto di tutti e per questo sviluppano invidie, rancori. In città ci si può nascondere nella folla e nessuno se ne accorge” (Grazia Lissi, «Il Giorno»).
“Pagine dense di significato che non vogliono insegnare nulla ma che comunque lo faranno, che lo vogliamo o no. Una storia pensata per chi vuole perdersi. E poi ritrovarsi” (Roberto Baldini, sololibri.net.).
“Un noir magnetico e stratificato, capace di unire tensione narrativa, introspezione psicologica e affresco sociale in una storia che scava nelle crepe della contemporaneità. Lo stile di Montanari è uno dei punti di forza del libro: fluido, incisivo, mai compiaciuto. Un romanzo intelligente e coinvolgente, capace di usare il mistero per raccontare il nostro tempo e le sue solitudini. Un libro che intriga, emoziona e fa riflettere” (Daniele Bonetti, «Milano Nera»).
"Montanari è magistrale nel mostrare come la verità, quando emerge, non libera: ferisce, scompone, costringe a guardarsi allo specchio. Ci mette davanti ai nostri fantasmi, alle paure che fingiamo di non vedere, ai pregiudizi che ci portiamo dietro come cicatrici. E soprattutto ci mostra come il male, spesso, non arrivi da lontano: nasce vicino, nelle persone che amiamo, nei legami che dovrebbero proteggerci e invece ci spingono verso abissi inattesi (Paolo Pizzimenti, «Il passaparola dei libri»).
Montanari ci guida attraverso una giostra di sentimenti, sempre col timore che qualcosa ci coinvolga più di quanto crediamo, una storia drammatica che si respira anche attraverso momenti di leggerezza e umorismo: emozioni intense, trattenute, da esplorare con urgenza ma anche con cautela.
E chissà, come il protagonista, ci chiederemo: “Forse ero stato amato di più di quanto credevo di ricordare?” (Mauro Cremon, «Contorni di Noir»).
“Al cuore di ogni vicenda di questo autore c’è la ricerca incessante di un senso da dare alla vita, ma nell’ambito di una tensione narrativa sempre alta, di un ritmo sapiente e calibrato che alterna azione e flusso di coscienza” (Romano De Marco, «Limina»).
“Raul Montanari è un maestro del romanzo nero, o se preferite 'oscuro', e ne I morti hanno sempre ragione si respira tensione, tenebra, pericolo, ma si legge anche di fragilità, sesso, rancore, amicizia, amore. È un bellissimo libro, e un vero page turner” (Piersandro Pallavicini).
“Atmosfere alla Polanski, e una verità che non risparmierà nessuno” («la Repubblica - Il Venerdì»).
“Il protagonista si muove fra personaggi ambigui e memorabili, figure che sembrano custodire verità mai confessate fino in fondo…” («Bresciaoggi»).
Visto da me
Con questo romanzo torno a un’ambientazione che è nella storia della mia vita: Milano rimane sullo sfondo e il resto del racconto si svolge in un piccolo paese di mezza montagna, come è stato per La perfezione, Il tempo dell’innocenza e La vita finora. In quest’ultimo romanzo faceva anzi la sua prima apparizione un personaggio che ritroviamo qui: don Carlo Peute, sacerdote molto poco ortodosso che avrà un ruolo decisivo nello sciogliere la vicenda, proprio quando i suoi nodi sembreranno inestricabili.
Fin da subito ho avuto in mente un finale che doveva avere un senso in sé, che, oltre a prendere alla sprovvista il lettore, l’avrebbe costretto a chiudere il libro e rimanere un momento in silenzio. Si sa che trovare un finale originale è un problema nelle storie di mistero, perché ormai abbiamo visto tutte le conclusioni possibili riproposte infinite volte. Ma in questo romanzo penso proprio che il lettore si troverà spiazzato; e al tempo stesso capirà di aver sempre avuto sotto gli occhi una soluzione il cui significato va oltre il semplice meccanismo della trama.
Tutto è raccontato in prima persona da Andrea, e mi accorgo che spesso nelle mie storie compaiono questi protagonisti la cui età è vicina ai trent’anni. È la stagione in cui cerchiamo di dare un indirizzo definitivo alla nostra vita, e il combattimento fra la nostra volontà e il mondo che le si oppone è forse il momento in cui incontriamo, una volta per tutte, la verità su noi stessi.
Quello di Andrea è poi uno sguardo particolare, permeato da un senso dell’umorismo che non è altro che il senso della realtà vera delle cose, della nostra eterna commedia umana. Quella commedia che, diceva Shakespeare, si nasconde perfino nel cuore della tragedia, e ci dà un’idea più profonda e onesta della materia di cui è fatta la vita di tutti.
La prima pagina
La sera di fine ottobre in cui suonò il cellulare e mi dissero che i miei genitori erano stati ricoverati d’urgenza, al pronto soccorso di un ospedale lontano cento chilometri da Milano, io ero seduto sul divano a casa di Valentina. Stavo aprendo il vino perché ci avevano appena portato la cena giapponese con cui volevamo festeggiare il suo compleanno. L’avremmo fatto lì, appoggiando piatti, vassoi e bicchieri sul tavolino basso del suo soggiorno come nei primi tempi, quando ci eravamo messi insieme da poco.
Non feci molte domande alla voce maschile che mi stava informando e che suonava opaca, quasi assonnata benché non fosse poi così tardi. Chiusi la comunicazione e mi alzai.
Valentina mi guardava allarmata, con i suoi occhi dal colore indefinibile per il quale non avevo mai trovato un nome.
“I miei stanno male.”
“Tutti e due? Ma cos’hanno?”
“Credo che abbiano mangiato qualcosa… forse dei funghi velenosi.” A dirlo mi sembrò ancora più inverosimile di quando l’avevo sentito. “Li hanno portati in un ospedale di quelle parti. Devo andare.”
“Vengo con te”, replicò Valentina e cercò di alzarsi a sua volta ma io la fermai. Ricordo che le appoggiai una mano sulla spalla perché rimanesse seduta e sentii premere sotto il palmo l’inizio dello slancio, il duro gentile dell’osso.
“Lascia stare.”
“Perché?”
“Vado io e poi ti faccio sapere.”
Valentina stava per protestare, ma quello che vide sul mio viso dovette spegnerle le parole in bocca. Rimase lì e non disse più nulla.
Indossai il giaccone dopo aver infilato il cellulare nella tasca interna. Controllai di avere il portafoglio e le chiavi. Sentivo un leggero fruscio nelle orecchie, o piuttosto un sibilo, un segnale d’allarme che da allora in poi non si spense mai del tutto. Ce l’ho ancora oggi. Ecco, proprio adesso, mentre sto ripensando a tutta la storia che prese avvio da quella telefonata.
Uscii sul pianerottolo, lo percorsi e mi avviai giù per la rampa senza accendere la luce. Lo facevo ogni volta. Le scale non erano buie del tutto nemmeno di notte e mi piaceva, chissà perché, spingere avanti alla cieca una suola strisciandola fino a trovare il vuoto del primo gradino, e allora affondare il piede e cominciare a scendere. Prima però mi girai e vidi che Valentina mi fissava in silenzio, ferma sulla porta della sua casa con una mano appoggiata allo stipite, incorniciata come in un ritratto a figura intera: alta, i capelli biondi e ricci, addolorata e bella come nessun’altra prima di lei. E nemmeno dopo.
Non so se fu per via del suo sguardo o di quell’oscurità in cui mi inoltravo lasciandomi alle spalle la luce dell’appartamento, ma in quell’istante fui sicuro di due cose, come se la telefonata avesse allacciato fra loro un legame misterioso: mia madre e mio padre sarebbero morti. E l’amore fra me e Valentina, che quella sera avevamo sperato di far rinascere, era finito per sempre.